The Statue

Come un film svedese aiuta a capire la polemica che ha coinvolto la Biennale d’arte contemporanea di Wiesbaden.

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A Stoccolma il direttore artistico del più importante museo d’arte della città si lascia sopraffare dalle tribolazioni private e perde di vista il suo ultimo progetto: la campagna di marketing per un’opera che vuole stimolare riflessioni e dibattiti nella società, ma anche ripromuovere un senso dell’arte come rifugio protetto, uno spazio sicuro di interazione dove non ci saranno violenza o sopraffazione, ma “uguali diritti per tutti”. Perde di vista l’opera al punto che forse si ritrova, nel privato, agente di tutto ciò che le è contrario e così arriva indirettamente a contaminare l’opera stessa, finendo per affidarne la diffusione a un team PR totalmente assorbito dal solo obiettivo di renderla virale. L’opera scompare dal discorso, rimane solo la grettezza del messaggio virale. Alla fine tutto è inevitabilmente perso, sia sul piano pubblico che privato.

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Stoccolma.

A Wiesbaden è in corso la Biennale d’arte contemporanea, il cui tema è “bad news”.

A polarizzare ogni conversazione è un’unica opera, sia per come è presentata al pubblico che per il soggetto rappresentato.

I promotori della manifestazione ottengono infatti il permesso di allestire un’opera in uno spazio pubblico, senza rivelare dettagli: si sa solo che sarà una una statua raffigurante una figura umana e che verrà esposta nella Platz der Deutschen Einheit, la piazza dell’Unità tedesca.

Il giorno dell’allestimento, si scopre che l’opera è una statua di quattro metri raffigurante Recep Tayyip Erdoğan – l’attuale presidente della Turchia: la statua è interamente dorata, la figura ha un braccio alzato, secondo alcuni a imitare la posa della statua di Saddam Hussein abbattuta dalle forze americane nel 2003.

L’intento dell’opera, secondo i curatori, è quello di stimolare una discussione pubblica in linea con il tema della Biennale – “bad news”. Nei fatti l’opera è percepita come una provocazione eccessiva: la statua di un dittatore, dorata, nella capitale di un Land tedesco, in una piazza che celebra la riunificazione della Germania.

La reazione immediata è il vandalismo: contestatori imbrattano l’opera con disegni e scritte offensive (“Hitler turco”). Per tutelarne la sicurezza la statua viene rimossa dai vigili del fuoco dopo soli due giorni di esposizione.

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Wiesbaden.

La prima storia è di fantasia, è la trama del pluripremiato film The Square.

La seconda storia è successa davvero, invece.

C’è un collegamento tra le due storie ed è la difficoltà di comunicazione con il pubblico: le intenzioni da sole non bastano più, le prime reazioni immediate del pubblico sono già molto polarizzate e violente, non c’è spazio per intavolare una conversazione, per sentirsi al sicuro e – soprattutto – per prendere distanza dall’opera e vederne il messaggio su un piano di astrazione e non immediatamente concreto, quasi personale.

A Wiesbaden gli uffici comunali hanno ricevuto molte telefonate di cittadini preoccupati, confusi, che hanno temuto che la statua fosse un omaggio rivolto a Erdoğan e non sapevano spiegarsi questa iniziativa. La stessa interpretazione ha spinto altri, sostenitori di Erdoğan, a scattarsi selfie con la statua e la bandiera turca. Il tutto è culminato in un incontro teso, con qualche centinaio di partecipanti. Per evitare ulteriori scontri, le autorità hanno deciso per la rimozione della statua.

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Tweet ufficiale della città di Wiesbaden – Rimozione della statua.

La Biennale si è conclusa domenica 2 settembre, ma il destino dell’opera non è ancora chiaro: l’autorizzazione ne prevede l’esposizione per tre mesi, ma questa è in conflitto con la successiva disposizione di rimozione. Al momento non si sa ancora come verrà affrontato e risolto questo nodo.

I curatori Maria Magdalena Ludewig e Martin Hammer ribadiscono che l’opera non ha intenti politici: un claim ambizioso nell’attuale contesto delle relazioni tra Turchia e Germania.

I rapporti con Erdoğan sono infatti pessimi: una legge tedesca, a dire il vero piuttosto arcaica, che prevedeva un equivalente della lesa maestà (Schmaekritik) per un capo di stato estero, è stata recentemente modificata, proprio dopo essere stata invocata da Erdoğan contro Jan Böhmermann, un personaggio televisivo autore di un pezzo satirico realizzato montando vari video in cui appare Erdoğan (Erdowie, Erdowo, Erdogan). In un secondo episodio, quello che scatenò la reazione di Erdoğan, Böhmermann lesse in tv un pezzo in rima contenente offese esplicite anche in termini volgari contro Erdoğan: prima della lettura, Böhmermann fece una breve presentazione per chiarire che l’intento del pezzo era cercare e mostrare il confine tra satira e lesa maestà – Schmaekritik.

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Böhmermann – Merkel – Erdoğan.

I buoni rapporti con la Turchia – prescindendo da Erdoğan, per quanto possibile – sono invece indispensabili: si discute in questi mesi di nuove forme di sostegno economico, dopo i recenti problemi di valuta esacerbati dai pessimi rapporti con gli USA, per evitare ulteriori inasprimenti dei conflitti interni al paese che espongano l’area a una nuova destabilizzazione.

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“Per il mio presidente”. 
Andrea Nahles (SPD) si è esposta molto sul tema aiuti alla Turchia, attirandosi pesanti critiche.

Erdoğan sarà in Germania a fine settembre in visita di stato: è la prima volta da quando è presidente, cioè dal 2014. E’ difficile immaginare quanto l’offerta di aiuti economici da parte della Germania riuscirà a stemperare le altre frizioni: la Germania è stata più volte accusata da Erdoğan di aver dato rifugio ai sostenitori del movimento Gülen (Hizmet) – ritenuti responsabili del tentativo di golpe del 2016. Tra gli arrestati in Turchia nel dopo golpe ci sono stati anche numerosi cittadini tedeschi: i media hanno seguito a lungo le storie di Deniz Yücel, corrispondente per Die Welt, e Peter Steudtner, attivista per i diritti umani –  ora liberi entrambi, dopo molte trattative. Inoltre, la comunità curda in Germania si prepara a manifestare contro la visita di Erdoğan.

Purtroppo la statua dorata non ha scatenato interessanti conversazioni come nelle buone intenzioni degli organizzatori, ma anzi è stata completamente fagocitata dalle vecchie discussioni già in corso. Un’ipotesi per spiegarne il fallimento è che non basti più offrire uno stimolo e lasciar fare al pubblico: in quest’epoca la comunicazione richiede una cura maniacale in ogni aspetto, ad ogni snodo. Non si può improvvisare, né si può affidare ad altri il messaggio prima di accertarsi che l’abbiano compreso – come si vede in The Square. Forse in questo aspetto, più che in analisi sofisticate del dibattito, si ritrova il tema della Biennale di quest’anno: “bad news” nel senso di informazioni mal proposte, non curate, non trasmesse.

 

Francesca Vargiu

@GraceVanFruscia 

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