Il modello tedesco

Come la gestione del tifo in Germania può essere un esempio da seguire

I gruppi di estrema destra ci avevano provato anche in Germania.

L’anno precedente ai Mondiali in casa del 2006 (sì, quelli di Grosso), il partito NPD aveva tappezzato diverse città del Paese con manifesti che dicevano: “Bianco non è solo il colore della maglia. Per una vera nazionale” e che ritraevano la maglia numero 25, quella indossata nelle partite internazionali dal giocatore di padre nigeriano e madre tedesca Patrick Owomoyela.

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La provocazione razzista (tutto sommato più sofisticata dello slogan “non esistono negri italiani” rivolto a Balotelli) venne immediatamente stigmatizzata dal selezionatore Klinsmann, dalla Federazione tedesca e da Governo e Parlamento. Ma furono soprattutto le curve ad opporsi ai fascisti: già dalla settimana seguente negli stadi tedeschi, gli ultras di diverse squadre intonarono il ritornello “Lasst die Finger von Owomoyela” (Giù le mani da Owomoyela), sull’aria di una nota canzone del tempo, in cui si chiedeva di lasciare in pace una certa Manuela.

L’episodio, senza dubbio rappresentativo del percorso fatto da un Paese che nel giro di due decenni è passato da un Mondiale vinto da gente chiamata Franz, Jürgen e Lothar a uno vinto da Mesut, Jerome e Sami, mentre le stesse trasformazioni avvenivano nelle scuole e nei luoghi di lavoro, dice alcune cose anche su come il Paese abbia affrontato il problema della violenza negli stadi e il rapporto stesso tra calcio e spettatori.

Verso la fine del secolo scorso, il calcio tedesco non godeva di una buona reputazione. Negli anni seguenti la vittoria dei Mondiali del ’90, la nazionale e le squadre di club giocavano un calcio prevedibile e muscolare, gli stadi si riempivano a fatica, studenti e famiglie si dedicavano ad altri passatempi, gli episodi di violenza non mancavano. Anche il razzismo non era un tabù, dentro e intorno agli stadi; lo stesso presidente della Federazione, Hans-Mayer Vorfelder, subito dopo la vittoria della Francia multiculturale (black, blanc, beurs) nei Mondiali del ’98, si era affrettato a dichiarare che “anche se la Germania non avesse perso le colonie (!), nella squadra nazionale avrebbero giocato solo giocatori germani (sic)”.
Furono proprio i Mondiali del 2006 a creare un cambiamento di mentalità nel calcio tedesco, a livelli diversi e supportato da diversi attori. Ad una mentalità più offensiva e fantasiosa sul campo, voluta da Klinsmann e Löw, si accompagnò un’organizzazione più democratica, innovativa ed aperta, sostenuta dal direttore Oliver Bierhoff e dal nuovo Presidente della Federazione Theo Zwanziger, il quale coinvolse le società della Bundesliga in progetti di integrazione, cultura sportiva, etica ambientale, formazione. Il primo Governo Merkel sostenne con forza il nuovo corso: il calcio tedesco doveva rappresentare la nuova Germania.

In questi ultimi anni, mentre in tutta Europa si parla della forza dell’estremismo di destra in Germania e dei successi della AfD “a causa” della politica di accoglienza dei profughi, i gruppi neofascisti hanno trovato pochissimo spazio negli stadi, che sono invece diventati per lo più luoghi di incontro e passione, pieni di spettatori di ogni età e classe sociale (e tantissime donne), nei quali il razzismo viene combattuto apertamente.
Sono forse bastati quindi il bel calcio, i successi della nazionale multietnica, gli investimenti di federazione e istituzioni, una classe dirigente attenta anche alle parole, gli stadi accoglienti a tenere lontana la violenza – ed in modo particolare la violenza razzista? Non credo. Non solo, quantomeno.

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Tutto questo (che non è affatto poco) non avrebbe avuto lo stesso successo se tali misure non fossero state accompagnate da una costante attenzione a tenere la barra diritta su una questione fondamentale: il calcio deve continuare ad essere la passione di tutti, nonostante la commercializzazione, le regole sulla sicurezza, la burocrazia.

Spesso in Italia si cita il modello inglese come modello per sconfiggere la violenza negli stadi; credo sia sufficiente leggere i prezzi dei biglietti degli stadi della Premier League per capire che quella scelta ha un costo sociale già messo in conto: di fatto si permette l’ingresso allo stadio ad una classe sociale generalmente meno “abituata” allo scontro. Il calcio diventa così una passione per “pochi eletti”, con le conseguenze che tutti possono immaginare. O anche non immaginare: gli hooligan che devastano gli stadi dei campionati di terza o quarta divisione.
In Germania si è cercata una strada molto più inclusiva. Grazie alla collaborazione (anche conflittuale, non di rado) tra federazione, governi, società sportive e gruppi di tifosi organizzati, si sono salvaguardati gli aspetti più autentici della passione dei tifosi: prezzi relativamente contenuti; nessuna forma di personalizzazione dei biglietti o di tessera del tifoso; presenza (anche consistente) di posti in piedi; permesso di vendita di birra e vin brulè; calendario relativamente compatto delle partite (l’introduzione delle partite del lunedì sera, ovviamente viste dai tifosi come il fumo negli occhi, è stata cancellata a partire dalla prossima stagione).
Der Fußball (il calcio), insomma, rimane davvero die wichstigste Nebensache der Welt, la cosa marginale più importante del mondo. Gli stadi sono accoglienti, certo, ma non sono dei musei. Gli stadi rimangono posti dove si suda, si ha freddo, si urla, si patisce, si beve, si gioisce, si piange, si insulta. Insieme ad altri. Per lo più il sabato pomeriggio.
Se il razzismo è stato praticamente sconfitto e gli episodi di violenza ridotti a casi isolati, è anche grazie al mantenimento di una cultura collettiva di passione.

Andrea Burzacchini

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