“Ad unire i populisti europei c’è più di quello che sembra”

Dalla crisi di governo austriaca al risultato mediocre di AfD in Germania, i populisti forse non avanzano lancia in resta, ma la solidarietà fra loro è un elemento del tutto nuovo. Intervista con il politologo Michael Kurze.

L’ultima settimana di campagna elettorale tedesca è stata senz’altro dominata, fra gli altri temi, dallo scandalo attorno al “video di Ibiza”, a causa del quale nella vicina Austria il Vicecancelliere e leader della destra di FPÖ Heinz-Christian Strache ha dovuto dimettersi insieme al capogruppo parlamentare dello stesso partito Johann Gudenus. Mentre la crisi a Vienna si avviluppava sempre di più fino a consegnare il Paese ad un governo tecnico e ad elezioni anticipate, in Germania la destra di AfD ha preso in qualche modo le difese dei “cugini” di FPÖ, il cui modello di governo in alleanza con i democristiani della ÖVP veniva spesso citato come paradigma per il futuro anche dai populisti di Berlino e dintorni. Kater ha parlato con Michael C. Kurze, ricercatore all’Università di Bonn ed esperto di populismi europei, di quanto siano collegate fra loro AfD ed FPÖ e quali scenari ci sia da aspettarsi dalla novella “internazionale dei sovranisti” lanciata da AfD fra l’altro insieme a Matteo Salvini.

Kater: Se guardiamo i risultati delle europee in Austria, sembra che lo scandalo attorno al “video di Ibiza“ non abbia particolarmente danneggiato la FPÖ. L’ormai ex Vicecancelliere Strache potrebbe addirittura sedere nel prossimo Parlamento europeo, se accetterà l’avvenuta elezione. Come possiamo descrivere l’elettorato della FPÖ? Scandali e crisi costituzionali sono per questi elettori irrilevanti?

Kurze: Anzitutto occorre dire che la FPÖ ha sì perso molto poco a confronto con le precedenti europee (2014), ma ha pur sempre perso l’8% a confronto delle ultime politiche (2017). Cionondimeno ci si sarebbe potuti aspettare qualcosa di più dopo lo scandalo del “video di Ibiza”. La FPÖ si è nel frattempo così tanto consolidata nel sistema politico da potersi rivolgere ad elettori di tutto lo spettro sociale austriaco. Tuttavia alcuni gruppi rimangono in essa decisamente sovrarappresentati. Ad esempio gli elettori maschi o quelli con una formazione scolastica media o bassa. Inoltre il partito è ormai diventato un vero partito di operai. Nel 2017 la maggioranza assoluta degli operai austriaci votò FPÖ. Mentre anche fra gli elettori della fascia fra i 18 ed i 29 anni la FPÖ va straordinariamente bene, fatto che definirei poco tipico fra i partiti di destra populista. Non credo che però lo scandalo “di Ibiza” sia stato irrilevante per gli elettori della FPÖ e sicuramente alcuni di loro, in misura preponderante d’estrazione conservatrice, se ne sono andati in direzione ÖVP. Tuttavia la FPÖ è riuscita a costruirsi in questi anni un vero elettorato fidelizzato, che non si lascia travolgere così facilmente.

Pure l’ultima partecipazione della FPÖ ad un governo nazionale (finita nel 2003, n.d.r.) terminò senza grandi successi, eppure il partito seppe riprendersi rapidamente. Parti dell’elettorato sono così intensamente intrise dalla narrazione della FPÖ sull’avidità dei partiti tradizionali che non prendono più nemmeno in considerazione l’idea di votare per qualcun altro. E parzialmente lo stesso Strache si è presentato quale vittima di un complotto orchestrato in modo illegale. Forse molti gli hanno volentieri creduto. Un po’ cinicamente possiamo dire che questo “complesso da vittima” abbia in Austria una certa tradizione. Mentre un ruolo lo gioca anche Norbert Hofer: il nuovo presidente della FPÖ ha fama di essere più moderato di Strache e nel 2016 perse solo di un soffio le elezioni presidenziali. Questa tattica di presentare l’intera faccenda come un errore personale di Strache e Gudenus sembra funzionare. Credo però che quando ci saranno le elezioni politiche nazionali le conseguenze dello scandalo saranno più visibili, giacché la prospettiva di una nuova coalizione di governo con la ÖVP si giocherà lì.

Intervista
Michael C. Kurze, politologo dell’Università di Bonn

Diversamente dalla FPÖ austriaca, la AfD tedesca sembra ultimamente molto sulla difensiva, almeno nei Länder dell’Ovest. Il “video di Ibiza” ha danneggiato più AfD che la stessa FPÖ?

In effetti anche AfD ha cercato di minimizzare lo scandalo come una faccenda personale di Strache, volendo così tener fuori sia se stessa sia la FPÖ in quanto tale. La circostanza però che AfD abbia ritenuto necessaria questa strategia dimostra già una novità: i partiti di destra populista si concepiscono ormai come alleati fra loro. Che essi si considerino parte di qualcosa di comune è un fenomeno piuttosto nuovo nella storia europea. Non credo che necessariamente gli elettori tedeschi di AfD abbiano proiettato gli avvenimenti austriaci sul proprio partito nazionale. Mentre chi all’AfD si oppone probabilmente non si sarà stupito di più di tanto per quanto emerso e forse neppure stenta ad immaginarsi che AfD potrebbe comportarsi come ha fatto Strache, tuttavia ciò importa poco, perché questi sono già elettori persi. È tuttavia possibile che questo esplicito solidarizzare della AfD con la FPÖ non abbia giovato alle urne. Non possiamo tuttavia dimenticare che queste europee in Germania sono state soprattutto elezioni sul tema del clima e che AfD nega l’esistenza di un riscaldamento climatico che sia causato dall’uomo. Solo ad urne chiuse l’organizzazione giovanile di AfD ha avviato una discussione sul riconoscimento ufficiale dell’esistenza dei cambiamenti climatici.

Non è un segreto che nell’opinione pubblica tedesca la coalizione austriaca ÖVP-FPÖ non fosse ben vista. Il video che ha gettato l’Austria in una crisi costituzionale è stato pubblicato da media tedeschi, non austriaci. Qual è l’influenza del dibattito politico tedesco sulla sistema politico austriaco?

Oggettivamente c’è da stupirsi che questo fatto sinora non sia stato discusso: in definitiva i video sono stati pubblicati dalla Süddeutsche Zeitung e dallo Spiegel (entrambi giornali tedeschi, n.d.r.), mentre l’autore è ancora del tutto sconosciuto. Qualcuno ha anche supposto che dietro alla questione ci sia il comico televisivo tedesco Jan Böhmermann. Io credo tuttavia che si tratti di un’eccezione e che il dibattito tedesco non abbia un’influenza così grande in Austria. La Germania è pur sempre vista come un indesiderato fratello maggiore. Gli austriaci hanno avuto bisogno di molto tempo per trovare ed accettare il loro nuovo posto nel mondo. La FPÖ dal canto suo si è richiamata ancora per lungo tempo allo “spazio culturale germanico” e Haider ai suoi tempi definì l’Austria come “un aborto”. Tornando però a noi: in Austria è sicuramente presente il desiderio di non lasciarsi influenzare dalla Germania. Il quotidiano Krone ad esempio, di cui si parla anche nel “video di Ibiza”, è uno dei periodici con la maggiore diffusione al mondo in rapporto al numero di abitanti. Circa un austriaco su tre legge la Krone. Ciò influenza certamente il dibattito austriaco più di quanto non facciano i media tedeschi.

La FPÖ austriaca si accinge a formare insieme alla tedesca AfD un’alleanza al Parlamento europeo che verrà capeggiata dalla Lega italiana (“EAPN”). In essa confluiranno anche diversi altri partiti di destra populista, come il Rassemblement national di Marine Le Pen ed il fiammingo Vlaams Belang, i quali si sono affermati come prima forza nei rispettivi territori alle recenti elezioni europee. Quest’alleanza è solo un’operazione di facciata oppure c’è qualcosa di più profondo ad unire tali partiti?

Il fatto che i populisti di destra europei cerchino di riunirsi in un unico gruppo parlamentare è in realtà uno sviluppo piuttosto nuovo. Nelle legislature passate erano perlopiù sparpagliati in gruppi diversi. Ad alcuni può sembrare un paradosso che partiti nazionalisti, che spesso cercano un’uscita del proprio paese dall’UE, poi collaborino in un gruppo europeo. Tuttavia ad unirli ci sono alcuni obiettivi specifici. Insieme vogliono ridurre l’immigrazione attraverso una politica più stringente di gestione dei confini ed una regolamentazione dell’asilo più restrittiva. Inoltre li uniscono il rifiuto per l’Islam, di cui vogliono ridurre il supposto influsso in Europa, e la richiesta di maggiore democrazia diretta. I più fra questi partiti non rifiutano affatto un’Unione di tipo economico ed un certo grado di cooperazione europea. Infine la maggior parte di tali partiti di questo nascente gruppo dice di rifarsi alla radici (giudaico-)cristiane dell’Occidente e questo, comunque si vogliano definire tale radici culturali, è un fattore che li accomuna. Il nazionalismo di questi populisti, diversamente da quello del XX secolo, si esprime senza che venga svilita la gran parte delle altre culture: quantomeno gli altri europei non vengono dipinti ed inquadrati come nemici. Tuttavia il fatto che ora una destra rafforzata parli con una sola voce e che cerchi di indebolire l’UE dall’interno è naturalmente pericoloso per l’Unione stessa.

Intervista e traduzione a cura di Edoardo D’Alfonso Masarié

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