L’intervista ad Angela Merkel – Impressioni kateriane

Le impressioni dei nostri autori sulla prima intervista pubblica di Angela Merkel da quando non è più Kanzlerin

Martedì 7 giugno Angela Merkel ha concesso la sua prima intervista pubblica da quando non è più Cancelliera, in occasione della presentazione di un libro che raccoglie alcuni suoi discorsi.

In una lunga chiacchierata insieme al giornalista dello Spiegel Alexander Osang Merkel ha parlato della sua vita lontano dalla sfera pubblica, ma anche – come ovvio – della guerra in Ucraina e della sua politica nei confronti della Russia di Vladimir Putin, da settimane al centro di polemiche e dure critiche.

Abbiamo chiesto ai nostri autori di convidere le loro impressioni e considerazioni sull’intervista, in una specie di “tavola rotonda kateriana”.

Foto: mdr.de

Merkel difende il suo operato. E delinea i contorni di una “Cancelliera emerita”di Edoardo D’Alfonso Masarié

L’intervista è stata a metà fra un j’accuse ed un ego me absolvo. Era chiaro a tutti, anche a Merkel, che l’attenzione si sarebbe concentrata sulla sua valutazione della guerra in Ucraina e sul giudizio – forse non postumo, ma senz’altro a posteriori – sulla Russlandpolitik, la politica dei rapporti con la Russia nel sedicennio merkeliano. Giacché, dopo una tardiva luna di miele corrisposta agli ultimi tre anni del suo mandato, durante la quale Merkel ha goduto di ottima stampa e d’una fama quasi agiografica, l’aggressione putiniana all’Ucraina ha infiammato diverse critiche sulla passata postura della politica tedesca. Di Merkel e del suo Ministro degli Esteri per lunghi anni, l’attuale Presidente federale Frank-Walter Steinmeier. 

E Merkel non la manda a dire. “Non ho nulla di cui scusarmi e quindi non mi scuserò” è la frase lanciata con la consapevolezza precisa che avrebbe fatto il giro di tutte le testate. Per rispondere all’accusa proveniente dal governo di Kiev, secondo cui sarebbe colpa anche di Merkel se l’Ucraina non era già stata ammessa nella NATO nel 2008, Merkel ha buoni argomenti a disposizione: che allora l’Ucraina non era il paese che è ora, ma uno stato-colabrodo tarlato da corruzione ed oligarchi, come dimostra il fatto che proprio gli ucraini vi si sono ribellati con la rivoluzione del 2014. E allo scomposto paragone, fatto dal non meno scomposto ambasciatore di Kiev a Berlino Melnyk, fra Angela Merkel e la politica di appeasement franco-britannica degli anni Trenta, di cui si avvantaggiò Adolf Hitler, all’ex Cancelliera basta rispondere “non è la mia opinione”. 

Più interessante rispetto alla (scontata) auto-difesa di Merkel (qualcuno di aspettava davvero qualcosa di diverso?) sono le mezze e le mancate risposte dell’ex Cancelliera. La quale alla domanda se Putin abbia aspettato che a Berlino non sedesse più lei per avviare l’attacco contro Kiev racconta molte cose, ma alla fine non dice di no. Se si tratti o no di sovrastima non sta a noi dirlo, ma un’altra mezza risposta dà senso e contesto: Merkel racconta tanto dei tantissimi incontri fra lei ed il presidente russo, dei di lui odio e ostilità verso il modello democratico e delle diverse valutazioni sul crollo dell’Unione Sovietica, ma a proposito dell’ultimo loro summit nell’estate 2021 lancia un commento sibillino: che già nei suoi ultimi mesi alla Cancelleria ella aveva il sentore Putin avesse ormai chiuso con tutti i formati di dialogo e che in pentola bollisse “qualcosa di non buono”.

Non meno interessante è la auto-definizione di come Angela Merkel intende vivere il suo ruolo di Ex. Ella ha detto – e non è in realtà la prima volta – che ritiene di avere una responsabilità politica verso il Paese anche dopo la fine del mandato, che le impone di non fare da controcanto al governo in carica, ma al contrario di sostenerne quando questa sia orientata non verso questioni partitiche interne, ma agli interessi nazionali ed internazionali della Germania. Una definizione molto alta, nobile e forse eterea del ruolo di ex Cancelliera, senz’altro molto diversa da quello che vediamo in Italia (quanti ex Presidenti del Consiglio si immischiano nella politica quotidiana facendo all’occorrenza il controcanto al loro successore?). Questo Amtverständnis, una concezione del mandato di questo genere forse po’ ricorda il difficilissimo dovere del silenzio della famiglia reale britannica verso le questioni politiche… ma si rivela anche un ottimo scudo contro la curiosità giornalistica, che sembra essere una delle più pressanti preoccupazioni per la Merkel pensionata. 

A proposito di mandato e post-mandato. Tutti i commenti erano principalmente sulla Russia e l’Ucraina, anche questo mio. Occorrerà però domandarsi, prima o poi, quale siano in senso più ampio le eredità per Germania ed Europa del sedicennio merkeliano. Nei suoi lati positivi ed anche in quelli negativi. Adesso però il materiale è ancora troppo caldo per poter essere guardato con distacco. Come ci si accorge ascoltando Merkel: pacata sì, distaccata o distante per nulla. 

“I am afraid to think what I have done; look on’t again I dare not” (Macbeth, W. Shakespeare) di Francesca Vargiu

La prima cosa che mi ha colpito dell’intervista è stata il lungo soffermarsi sulla fase di anonimato di Merkel seguita alla sua uscita di scena da cancelliera. Non che ci sia niente di male o di strano, ma il modo in cui è rivendicata come una fase necessaria mi sembra forzato e ci trovo un indicatore dello squilibrio con cui la figura pubblica di Merkel è vissuta. Mentre trovo che un artista abbia il sacrosanto diritto a una dimensione privata anche totale, trovo che per chi ha delle responsabilità collettive del più alto livello il confine tra privato e pubblico sia molto più sfumato anche nella giusta rivendicazione di questa dimensione. È una responsabilità che dovrebbe far parte del mettersi a servizio. “L’hanno cercata?” le chiedono, e lei dice “sì, un po’, ma non dico chi”. E ancora dettagli sul suo breve buen retiro clandestino, rimasto segreto grazie alla complicità dei locali, che si saranno abituati a non-riconoscerla mentre si aggirava per la costa baltica protetta o segnalata da un hoody (la felpa col cappuccio). 

Giusto o no sottrarsi alle chiamate di chi – seppure ora legittimamente al comando – si trova a gestire le conseguenze estreme di una scenario costruito o scaturito dalle scelte politiche di lei? La risposta sta inevitabilmente nella propria percezione dell’operato di Merkel: “giusto così, ora tocca agli altri”, se si è neutrali o a favore. Mentre, per chi è scettico, non offrire nemmeno un supporto di consulenza può sembrare una mancanza di responsabilità e il tono della risposta – “mi hanno cercato, ma non dico chi” – forzatamente civettuolo nel contesto. 

La seconda cosa che rilevo è il tono marzullesco dell’intervista e, conseguentemente, la risposta scontata: gli eventuali errori sono da attribuirsi al contesto, di meglio non si poteva fare e c’è sempre da guardare al quadro più ampio. Addirittura, il rifiuto all’ingresso dell’Ucraina nella Nato nel 2008 e i successivi accordi di Minsk del 2015 sarebbero stati nell’interesse dell’Ucraina stessa, perché altrimenti forse Putin l’avrebbe invasa già allora. Invece così l’Ucraina ha potuto prepararsi meglio alla guerra, quindi alla lunga ha prevalso l’opzione migliore. Una rivisitazione curiosa degli eventi, che contraddice proprio l’enfasi voluta sul  contesto e appare come una giustificazione imbastita a posteriori. Non vedo l’ora di leggere il commento dell’ambasciatore ucraino Melnyk, noto per prendere fuoco facilmente e non nuovo a dichiarazioni altrettanto incendiarie. 

L’ammissione di errori che trovano facilmente giustificazione è un tratto umano universale, che ha animato la letteratura che Merkel racconta di aver “ascoltato” con gli audiolibri durante il suo soggiorno nel baltico: Shakespeare, Macbeth. Ma questa impostazione dell’intervista restituisce l’impressione di ricercare come obiettivo dell’agire politico una sorta di compliance a un protocollo (schivare l’errore, giustificare quelli inevitabili) piuttosto che quello di attuare una visione. 

A volte ho l’impressione che a Scholz venga fatto scontare un debito di immagine che in fondo è di Merkel, quello di essere poco reattivi, o solo nominalmente reattivi, e non agenti di cambiamento. 

Foto: EPA

Es gab ein Trick!di Federico Pascucci

Prevedevo si sarebbe parlato di due cose: di Putin, naturalmente, e di cosa fa la Merkel ora che ha tanto tempo libero. Con aspettative alle stelle per quest’ultima, e invece: la cosa più emozionante che fa Merkel a quanto pare è leggere il Macbeth dentro uno Strandkörbchen nel Mare del Nord. Un mix letale di cose pallose, e tutte nella stessa frase. La parte su Putin è stata decisamente più interessante e devo dire soprattutto per merito dell’intervistatore, Osang, che puntava su un tema forte e ha portato l’intervista proprio lì dove voleva.

Il tema forte è che Putin e Merkel conoscono benissimo il mondo sovietico perché ci sono cresciuti entrambi (lei nella DDR, lui nella casa base, diciamo) ma hanno un Wertverständniss decisamente agli opposti. L’aneddoto calzante lo racconta Merkel e si inquadra nella sua prima visita al Cremlino nel 2007 (incontro diventato famoso perché Putin le si è presentato con un labrador). Si discorreva del crollo dell’Unione Sovietica quando a un certo punto Putin scuote la testa e dice: “La peggior cosa capitata nel XX secolo!”. Merkel ribatte: “Ma pensa un po’, per me invece è stata la fortuna della mia vita!”. Insomma la democrazia a Putin non piace, e la minaccia di trovarsi il mondo democratico occidentale alla porta, se l’Ucraina si fosse avvicinata alla NATO, l’ha spinto ad agire subito e persino senza attendere la fine del Nord Stream 2. Merkel dal canto suo rivede nella vicenda dell’invasione russa dell’Ucraina la Varsavia del ‘56, la Praga del ‘68, la Berlino del ‘53, quella in cui a un certo punto arriva qualcuno e impone le restrizioni e la propaganda. 

Non sapevo poi che Merkel e Putin parlassero ognuno la lingua dell’altro. Merkel dice che lui parla tedesco meglio di quanto lei parli russo, tanto che negli incontri ufficiali lui le si rivolge in tedesco. Lei invece è sempre stata affascinata dalla cultura russa e le è piaciuto tantissimo Der Meister und Margarita di Bulgakov, oltre a svariate cose del mondo russo menzionate nell’intervista che non avrei compreso neanche a 0,25 x. Oh, nomi russi pronunciati in tedesco è roba da C2 al Goethe!

La parte più divertente è stata  quando l’intervistatore ha chiesto a Merkel se il suo viaggio in Georgia quando era ragazza sia stato legale o illegale. Nota: la Georgia era parte dell’Unione Sovietica, quindi ai cittadini della DDR non era possibile visitarla da privati cittadini ma solo attraverso “visite guidate” (pensate alla visita di Razzi in Corea del Nord, scortato dalla guide coreane che raccontano di quanto bella sia la dittatura: ecco, qualcosa di simile). Lei risponde che ha usato un metodo halblegal (semilegale) che molti nella DDR praticavano (faccina, quella con l’occhiolino). Si è fatta dare un visto per raggiungere la Bulgaria, che era un paese non-URSS (quindi visitabile dalla DDR) ma che si poteva raggiungere solo passando per l’URSS. Il visto durava due giorni e diceva: “hai due giorni di tempo per arrivare in Bulgaria”. Lei però in URSS ci è rimasta ed è arrivata fino alla Georgia dove ha detto: “È un peccato che in un paese così bello ci puoi restare solo per qualche ora!”. Quindi si è trattenuta due settimane per una vacanzetta, infrangendo le regole. Per tornare a casa ha dovuto però fare un temino all’aeroporto di Soci in cui doveva motivare come mai una ragazza che avesse studiato si fosse presa il lusso di infrangere deliberatamente le regole. Temino che andava poi tradotto in russo per essere presentato all’imbarco. Lei però si è risparmiata le spese di traduzione perché il russo lo conosceva già! Quindi ha scritto il temino ed è atterrata a Schönefeld sana e salva.
(Non credevo neanch’io a questa storia. Dopo averla ascoltata piú volte ho dovuto scomodare il mio amico Micheal che mi ha confermato tutto con occhi esterrefatti. “Oh, minchia la tua Ex-Kanzler!”, gli ho detto).

Un silenzio fatto per restare di Edoardo Toniolatti

Sarò sincero: la mia prima impressione, a leggere i resoconti di questa intervista, è stata di essermi sbagliato ad aprire i link ed essere capitato per errore su articoli dedicati al dibattito italiano sulla guerra in Ucraina. Potenziali ingressi nella NATO che avrebbero scatenato la furia di Putin, accuse agli USA colpevoli di prendersela con gli alleati: possibile che invece dell’intervista a Merkel ne stia leggendo una a Orsini?, mi sono chiesto. Ok, magari proprio a Orsini no – neanche Merkel arriva a tanto – ma a uno dei numerosi intellettuali italiani alfieri della “complessità”, nel senso in cui il termine è stato usato e abusato dall’inizio della guerra a questa parte. 

Sono però due le cose che mi hanno colpito più in profondità.

La prima è stata una sensazione di scarsa preparazione, come se Merkel avesse affrontato questa intervista senza “aver fatto i compiti”. Era ovvio che buona parte delle domande sarebbero state dedicate alla questione russa, e al ruolo della Cancelliera nell’impostazione della politica estera, energetica e militare tedesca ad essa legata. Eppure Merkel ha continuato a riproporre le risposte standard a cui ha accennato in questi mesi di guerra, ripetendo più o meno le stesse argomentazioni riassumibili in un “comunque all’epoca avevo ragione io”. Ora, nessuno ovviamente si aspettava il capo cosparso di cenere, ma almeno una maggiore consapevolezza delle conseguenze delle proprie scelte – su cui tra l’altro già alcuni all’epoca mettevano in guardia – quello sì, anche solo nella costruzione dei contro-argomenti. E invece niente. In questo senso mi è parso che Merkel non si fosse preparata a sufficienza: perché ha dato le stesse risposte in un momento in cui le domande si erano invece fatte più puntute, più ficcanti. Sia lo Spiegel che la Süddeutsche Zeitung, nei loro reportage, sottolineano come nel corso del dialogo Merkel si sia talvolta contraddetta – ad esempio dicendo che “l’unico linguaggio che Putin capisce è la forza”, ma dall’altro lato rivendicando tutta l’iniziativa diplomatica di cui è stata campionessa. E se è certamente vero che, come ha detto la Cancelliera, “la diplomazia non è sbagliata solo perché a volte non è efficace”, è però anche vero che prepararsi per interviste di questo tipo significa anche non cadere in contraddizioni e incongruenze.

L’altra cosa che mi ha colpito è stato constatare che Merkel, pur ormai abbandonata la vita pubblica, non rinuncia al merkelismo, alle cifre più caratteristiche del suo agire politico e del suo modo di comunicare: l’attendismo, l’attenzione a evitare qualsiasi polarizzazione, la mediazione esasperata. È anche normale: come hanno ricordato in tanti, per Merkel non si tratta tanto di una scelta strategica o tattica, ma di un vero e proprio modo di essere, di una seconda natura talmente intrecciata con la sua personalità da risultarne quasi indistinguibile. E proprio per questa ragione ho pensato che magari Merkel farà anche altre interviste come questa, magari tornerà a rispondere a domande sulla questione russa e sulla guerra in Ucraina, ma da lei non caveremo altro che quelle frasi un po’ generiche già espresse. Il silenzio di Angela, insomma, è qui per restare.

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