Il silenzio di Angela

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha accelerato in maniera formidabile la revisione dell’operato di Angela Merkel

Quando finì il mandato di Cancelliera di Angela Merkel, solamente quattro mesi fa, le lodi del suo operato degli ultimi sedici anni si trovavano pressoché su ogni fonte di stampa. Lodi che raramente si fanno mancare, anche a chi non le merita, nel momento dell’addio, ma nel suo caso certamente meritate.

Personalmente, avevo ipotizzato che nel caso di Merkel ci sarebbero voluti tra i cinque e i dieci anni, prima che si potesse davvero iniziare il ridimensionamento del suo personaggio nel discorso pubblico. Vale a dire quel processo per cui si va a riportare a unità l’operato di una figura pubblica nel suo contesto contemporaneo, per poi ricostruirlo valutandone l’impatto. Dopotutto, Merkel è un personaggio del Novecento – ragionavo – un’epoca in cui la fama di statista garantiva una permanenza abbastanza lunga prima della caduta dall’olimpo.

Invece, alla luce della guerra in Ucraina e delle scelte epocali che questa ha indotto nei governi europei e soprattutto in quello appena insediatosi in Germania, l’intoccabilità di Merkel si è drasticamente ridotta ad appena quattro mesi, appunto.

Qui occorre fare un piccolo passo indietro, per apprezzare la prospettiva nella sua interezza. Com’è noto a chi ci vive o ha dimestichezza con la Germania, esiste una percezione molto diversa della figura storica e politica di Merkel tra la Germania e l’Italia. In Germania non c’è un sentimento paragonabile al corrispondente italiano che porta ad idealizzare la figura dei leader, amplificandone le doti e scusandone i difetti, in quello che viene anche definito halo effect. Per via di questo diverso sentire in partenza, l’immagine di Merkel in Italia è molto più lusinghiera rispetto alla versione tedesca. Al punto che in Germania già da anni si parlava di Merkel-Müdigkeit, una forma di stanchezza generale per la figura e le scelte politiche di Merkel, che spingeva a un desiderio di novità. C’è da dire che Merkel venne comunque riconfermata ancora nel 2017 alla guida del Paese nonostante questo sentimento, il che forse dice anche molto sul timore del nuovo da parte degli elettori tedeschi. In Italia la fama di statista di Merkel è consolidata ormai da tanti anni, è quasi entrata davvero nel mito come ago della bilancia della politica europea e come punto di riferimento anche per le relazioni politico-economiche extra europee. Questa impressione è certamente in gran parte dovuta alla scarsa dimestichezza che si ha in Italia sugli aspetti generali dell’assetto di governo federale della Germania. Per cui si è teso spesso a semplificare e a dare l’idea che “in Germania comanda Merkel”, una visione impossibile da sostenere se si segue da vicino la politica tedesca: la pandemia ha dato modo di esplorare abbondantemente le implicazioni del processo decisionale sia a livello federale che a livello dei Länder, con esasperanti lungaggini e brusche interruzioni.

Fatta questa premessa, potete forse immaginare lo stupore da parte tedesca nello scoprire che in Italia in tanti – tra cui anche figure un tempo di peso politico importante, come Matteo Renzi – hanno invocato l’intercessione di Merkel per risolvere le controversie in Ucraina, poco prima che si aprisse il conflitto e nei primi giorni di guerra. Alcuni giornali tedeschi hanno riportato di questi appelli come una curiosità, un po’ come quando si scopre da Wikipedia che il principe Filippo (compianto consorte della attuale regina Elisabetta II d’Inghilterra) è stato per decadi oggetto di un cosiddetto cargo-cult che lo vedeva come figura divina, capace di portare prosperità alla popolazione.

La Welt che riporta un articolo della Stampa in cui si chiede una mediazione da parte di Merkel nei primi giorni del conflitto.

Ma non è solo la diversa percezione di Merkel e delle sue capacità mediatorie, peraltro notevoli, a rendere questa strada impraticabile, o meglio: a far sì che nessuno avanzi questa proposta con lo stesso entusiasmo qui in Germania. L’elefante nella stanza è uno dei punti più controversi della lunga pax merkeliana, ossia la gestione dei rapporti con la Russia soprattutto sul piano economico e dell’approvvigionamento energetico. 

L’elemento fondante della politica estera di Merkel è sempre stato Wandel durch Handel – “cambiamento (anche inteso in senso democratico) attraverso il commercio”. Una visione speranzosa, secondo la quale gli scambi commerciali avrebbero creato un’interdipendenza positiva, tale da rendere indesiderabile un conflitto su altri piani. Questa visione dei rapporti è stata applicata negli anni di governo Merkel sia con la Cina che con la Russia, mantenendo quella che è stata definita un’ambiguità geostrategica con entrambe, per poter massimizzare le relazioni commerciali, ipotizzando una reciprocità di intenti della controparte. Nel caso della Cina, oltre a creare da subito attrito con la neo-amministrazione Biden, intenta a creare un fronte occidentale comune per porre argine all’egemonia cinese in ambiti sensibili (il caso del ban di Huawei, legge a firma Biden) ha prodotto uno sbilanciamento di impegno da parte tedesca: la Cina è il maggior partner commerciale della Germania, con un volume annuo di circa 200 miliardi di euro, in un contesto in cui sono molti di più gli impiegati cinesi in aziende tedesche, ed è molto maggiore l’acquisto di prodotti cinesi dalla Germania, che il contrario. E sul caso Huawei, la Germania si prese quasi due anni di tempo per prendere posizione, finendo per allinearsi con le direttive UE, in un generale clima di costernazione da parte dei legislatori per l’atteggiamento passivo di Merkel sulla questione.

Nel caso della Russia la situazione come è noto è altrettanto complessa. Fino al 2011, ossia fino al secondo phase-out nucleare previsto dalla Energiewende, la Germania non aveva urgenza di integrare ulteriormente il proprio approvvigionamento energetico tramite fonti estere. Su Kater avevamo scritto in passato della questione energetica e di Nord Stream 2, qui, qui e qui

Le decisioni prese in quegli anni hanno determinato gran parte delle difficoltà di oggi, in un mondo “creato” da Merkel, ma senza Merkel. Per vedere in dettaglio qual è il contesto in cui ha scelto di non offrire più la sua voce, è utile spostare l’attenzione su quanto sta avvenendo con la SPD: vari esponenti del partito sono sotto severo scrutinio per aver in passato contribuito a stringere rapporti commerciali con la Russia e per aver difeso iniziative come i gasdotti Nord Stream 1 e 2. Addirittura Politico rispolvera l’espressione “utili idioti” per apostrofare i leader tedeschi che avrebbero servito gli interessi di Putin almeno sin dal 2008.

Oggi è facile ripercorrere la cronologia degli eventi che hanno portato alla realizzazione di Nord Stream 1 e Nord Stream 2, come altrettanto facile è tracciare il filo conduttore che riconduce le decisioni prese a esponenti di SPD e CDU. A voler guardare bene, si trovano da subito anche le rimostranze da parte dell’Ucraina, della Polonia, e delle repubbliche baltiche, preoccupate per le implicazioni geopolitiche di quello che ritenevano un grosso abbaglio: che potesse esserci una distanza di sicurezza tra la Russia come partner economico e la Russia come attore politico. 

Non c’è dubbio che la relazione con la Russia sia speciale per la Germania: c’è una forma di gratitudine per la riunificazione, unita a un senso di colpa per le responsabilità storiche tedesche dopo le atrocità della seconda guerra mondiale. Ma ora è diventato massimamente evidente come la Germania abbia anche delle responsabilità storiche contemporanee nei confronti di Ucraina, stati baltici e paesi dell’Europa dell’est, in prima linea di rischio ora che l’equilibrio (forse da sempre illusorio) si è rotto.

Soprattutto la SPD è nel mirino, oltre che per ragioni storiche legate alla Ostpolitik, anche per una serie di personalità che si sono esposte negli anni più recenti nel sostenere i contratti con Gazprom e per la reticenza nel criticare la Russia. Se ormai dobbiamo considerare i vari incarichi finanziari di Schroeder come un capitolo a parte, probabilmente irrecuperabile, e una fonte di imbarazzo prima di tutto per l’attuale SPD e per la Germania poi, non possiamo però nemmeno aspettarci che finisca lì la ricerca di responsabilità fra i socialdemocratici. Chiunque abbia svolto attività lobbistiche a sostegno del gas russo è nello spotlight. Da ultima Manuela Schwesig, prima ministra del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, che aveva sempre sostenuto convintamente il progetto Nord Stream 2: il gasdotto raggiunge il territorio tedesco proprio nel suo Land. Negli ultimi giorni sono emersi nuovi dettagli sulla cooperazione tra il governo locale e l’operatore del gasdotto. In particolare, riguardo all’istituzione della controversa Klimastiftung MV (Fondazione per la protezione del clima e dell’ambiente Mecklenburg-Vorpommern). Scopo della fondazione è la promozione di progetti per la protezione del clima e la conservazione della natura nello stato del Mecklenburg-Vorpommern (MV) e al largo delle coste degli stati che si affacciano sul Mar Baltico. Tuttavia, l’obiettivo principale sembra sia stato, oltre quello di completare il gasdotto Nord Stream 2, anche quello di aggirare le sanzioni statunitensi riguardanti la costruzione del gasdotto. Con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il governo federale ha sospeso l’approvazione del gasdotto e il destino della fondazione è diventato incerto: Manuela Schwesig ne ha annunciato lo scioglimento il 28 febbraio, ma FDP e Verdi hanno chiesto che fosse istituita una commissione d’inchiesta sulla condotta del suo governo riguardo a Nord Stream 2 e alla fondazione. La commissione d’inchiesta è stata avviata il 14 aprile scorso. In particolare, ancora non è chiaro cosa avverrà del capitale della fondazione: il Land del Meclemburgo-Pomerania Anteriore ha investito 200.000 euro, mentre Nord Stream 2 AG/Gazprom ha inizialmente fornito 20 milioni di euro, che sono poi aumentati a 60. In aggiunta al capitale di partenza, all’entrata in funzione del gasdotto la fondazione avrebbe dovuto ricevere un ulteriore sostegno annuale. Sembra che purtroppo non sia possibile dare seguito alla proposta di ridestinare il capitale della fondazione a sostegno delle vittime ucraine della guerra. La fondazione era stata approvata dal parlamento del Land nel 2021, con anche il sostegno della CDU, partner di coalizione della SPD, che esprimeva il ministro dell’economia, Harry Glawe, e la ministra della giustizia, Katy Hoffmeister, quest’ultima responsabile della supervisione della fondazione. 

Il progetto del gasdotto ha creato reti e snodi innumerevoli tra politici federali, amministratori locali, e soggetti finanziari. Ora è diventato il simbolo quantomeno di un grosso errore e, inevitabilmente, chiunque ne sia stato coinvolto si ritrova una macchia sulla reputazione che non si laverà via facilmente.
Lo sa bene anche il Presidente della Repubblica Federale Frank-Walter Steinmeier. Membro della SPD, ha avuto incarichi importanti nei governi a guida Schroeder e Merkel: in quanto ministro degli esteri nel governo di Angela Merkel e capo ufficio del cancelliere Gerhard Schröder, è stato responsabile della politica estera della Germania per quasi 15 anni. In questo nuovo clima politico, post-Zeitenwende, Steinmeier ha ammesso di aver commesso degli errori nella sua politica verso la Russia. Ha dichiarato: “La mia adesione a Nord Stream 2 è stata chiaramente un errore. Ci siamo aggrappati a ponti in cui la Russia non credeva più e su cui i nostri partner ci avevano messo in guardia”. “La mia valutazione era che Vladimir Putin non avrebbe accettato la completa rovina economica, politica e morale del suo paese per la sua mania imperiale – lì, come altri, mi sbagliavo”. “Non siamo riusciti a costruire una casa comune europea in cui la Russia sia inclusa. Abbiamo fallito nell’approccio di includere la Russia in un’architettura di sicurezza comune”.

Frank-Walter Steinmeier (Foto: Radek Pietruszka/EPA)

Un’ammissione di grossa portata, che avrebbe dovuto rendere più semplice il lavoro di Olaf Scholz, impegnatosi nel contratto di coalizione di governo a ridefinire le relazioni con la Russia, ma lasciato in difficoltà dall’ostinazione di Schroeder nel tenersi gli incarichi nei colossi russi dell’energia. Si pensava anche, probabilmente, a una facilitazione delle relazioni diplomatiche con l’Ucraina, ma questo percorso si è rivelato più insidioso del previsto. Il mea culpa di Steinmeier si inserisce temporalmente subito dopo le accuse rivolte da Zelensky a Merkel e Sarkozy: dopo la scoperta del massacro di Buča, Zelensky ha invitato Merkel e Sarkozy a recarsi sul posto per vedere con i propri occhi “cosa ha portato la politica di 14 anni di concessioni alla Russia”. Il riferimento è al summit della NATO a Bucarest nel 2008: Merkel e Sarkozy si opposero all’ingresso dell’Ucraina nella NATO, per vari fattori, ma soprattutto per l’instabilità politica interna del paese in quegli anni. Tramite un portavoce, Merkel ha risposto che sostiene tuttora le sue decisioni in relazione al vertice NATO 2008, esprimendo anche l’auspicio che le atrocità in Ucraina terminino quanto prima e che in questa direzione vadano tutti gli sforzi del governo federale e della comunità internazionale. 

Forse le assunzioni di colpa personali e collettive di Steinmeier avrebbero potuto aprire la strada ad altre confessioni, ma così non è stato e non c’è stato in realtà neanche il tempo. Steinmeier aveva previsto di recarsi a Kyiv con i presidenti di Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia il 13 aprile. Tuttavia, la sua richiesta di un incontro è stata respinta da Zelensky, per via dei legami di un tempo tra Steinmeier e il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, e per il suo sostegno a rapporti economici russo-tedeschi sempre più stretti. Lo scopo della visita era “inviare un forte messaggio di solidarietà europea con l’Ucraina”, ma evidentemente questo gesto non è ben ricevuto se espresso da parte di Steinmeier, nonostante il mea culpa. O forse proprio per questo si è temuta una strumentalizzazione, cioè che Steinmeier volesse suggellare la sua nuova politica con una photo opportunity a Kyiv, e questo non è piaciuto. Nei giorni successivi si è cercato di rimediare all’inevitabile offesa arrecata, con soppesati distinguo.

L’ambasciatore ucraino in Germania, Andriy Melnyk, che si è ripetutamente scontrato con i politici tedeschi – e con Steinmeier in particolare – aveva criticato la visita del presidente dicendo che l’Ucraina non è interessata a visite simboliche che non portino alla consegna di armi. Nei giorni successivi aveva chiarito che Scholz invece sarebbe stato il benvenuto. Su questa linea, il consigliere presidenziale ucraino Oleksiy Arestovych ha dichiarato che la visita del cancelliere sarebbe preferibile, perché Scholz può prendere direttamente decisioni pratiche, comprese le consegne di armi e l’embargo sul gas e sul petrolio russi (il presidente tedesco ha un ruolo ampiamente cerimoniale, mentre il cancelliere è a guida del governo). 

Al momento non è chiaro se questa distinzione abbia rasserenato o ingarbugliato ulteriormente sia i rapporti con l’Ucraina che le decisioni di Scholz, pressato internamente anche dai Verdi che spingono per l’invio di armi pesanti e non più solo difensive. Mentre intanto qualcuno comincia a chiedersi se nuovamente ci si debba vergognare di essere tedeschi.

In questo contesto di forti cambiamenti, non bisogna stupirsi del silenzio di Merkel. La sua cifra in tempi di crisi è sempre stata chiara: agire quando si può chiaramente prevedere l’effetto di un’azione e tutte le sue ripercussioni. E’ forse questo uno dei tratti più novecenteschi della sua figura: l’illusione di controllo su un numero limitato di variabili, una comfort zone decisionale indisturbata dal ripple effect, in qualche modo sopravvissuta fino all’era degli algoritmi studiati proprio per includere, invece, il massimo numero di variabili possibile. 

Al momento è in atto un forte scrutinio da parte dell’opinione pubblica sulle passate responsabilità: anche scusarsi sembra troppo poco, come dimostra quanto successo a Steinmeier. Tuttavia è improbabile che sia questa preoccupazione a farla propendere ancora per il silenzio. Altrettanto improbabile che attenda un momento in cui un nuovo ciclo di narrazione le restituisca la passata autorevolezza: la narrazione sull’autodeterminazione dell’Ucraina è dominante e destinata a durare anni, quale che sia la durata della guerra. E’ altamente improbabile che ci sia uno spiraglio in tempi utili per un “ve l’avevo detto”, che pure non sarebbe nel suo stile. Non sembra nemmeno interessata a rispondere alle ultime provocazioni di Melnyk, che l’ha invitata a prendere una posizione sulla sua politica sulla Russia. “Ci siamo fidati quasi ciecamente di Angela Merkel. C’era un’enorme fiducia nella convinzione che lei potesse valutare e regolare meglio le cose. Nessuno era così vicino a Putin come lei personalmente (…). Nessuno meglio di lei sapeva quanto fossero tesi i rapporti tra Russia e Ucraina e che Putin non vuole un accordo ma la distruzione della mia patria. Tuttavia, già nel 2015, Berlino ha deciso a favore di Nord Stream 2 e contro le consegne di armi all’Ucraina. Penso che sarebbe importante anche per la Germania che la signora Merkel si esprimesse”, ha detto Melnyk: “non si tratta di attribuire colpe. Si tratta di capire come l’intera faccenda sia andata male”.

Foto: AFP Photo

Forse dobbiamo provare ad abituarci all’idea che non ci sarà mai da parte di Merkel una posizione diversa: come nella risposta a Zelensky sul vertice NATO del 2008, probabilmente ad ogni domanda o provocazione continuerà a rivendicare il suo operato. Sorprendendo tutti quelli che lo davano per scontato, probabilmente lei per prima non ha mai inteso assumersi un ruolo di mater patriae ( o Landesmutter) e il suo impegno pubblico per il bene della Germania è da ritenersi già concluso.

Francesca Vargiu

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