L’informatore

È normale che il capo dei servizi segreti interni passi informazioni riservate ai vertici di un partito di estrema destra?

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Hans-Georg Maaßen e, di fianco a lui, Horst Seehofer (foto: picture alliance / NurPhoto)

Hans-Georg Maaßen è un giurista di 56 anni, nato a Rheindahlen, piccola cittadina della Renania Settentrionale vicino a Mönchengladbach – quel posto dal nome impronunciabile che però più o meno tutti abbiamo sentito nominare per la sua squadra di calcio, il Borussia Mönchengladbach che dominava in Germania e in Europa negli anni Settanta.

Maaßen è anche, dal 2012, il Presidente del Bundesamt für Verfassungsschutz (BfV), l’Ufficio Federale per la Difesa della Costituzione: i servizi segreti interni che si occupano di monitorare i gruppi e le organizzazioni le cui attività sono potenzialmente in contrasto con il dettato costituzionale – che tradotto vuol dire soprattutto terrorismo e neonazismo, spesso mescolati. L’ascesa dell’estrema destra, nell’est del Paese ma non solo, ha rappresentato per il BfV un problema notevole, che non è stato sempre affrontato con efficienza, anzi ha spesso reso l’Ufficio bersaglio di pesanti critiche; e la fragorosa comparsa sulla scena di un partito come AfD, i cui leader sono spesso accusati di simpatie nostalgiche, ha naturalmente allargato ancora di più il campo da gioco.

E proprio in relazione ad AfD Maaßen è da alcuni mesi al centro di furiose polemiche.

Ai primi di agosto di quest’anno è uscito nelle librerie tedesche Inside AfD: Der Bericht einer Aussteigerin (“Dentro AfD: il resoconto di una fuoriuscita”), un libro scritto da Franziska Schreiber, ex dirigente di Jungen Alternative, l’organizzazione giovanile di AfD, uscita dal partito proco prima delle elezioni del settembre scorso. Nel libro Schreiber racconta il processo di progressiva radicalizzazione del partito, che nel contempo ha causato la marginalizzazione dell’ala più “liberale” e ha condotto lei stessa all’abbandono. L’attenzione di tutti si è però concentrata in particolare su una rivelazione: a partire dal 2015, Hans-Georg Maaßen avrebbe incontrato più volte, informalmente, Frauke Petry e altri leader del partito, fornendo consigli e suggerimenti su come evitare che AfD finisse sotto osservazione da parte del BfV. Naturalmente è prassi comune che il Presidente dei servizi incontri personalità politiche di primo piano, ma si tratta di solito di occasioni “ufficiali”, con un mandato preciso e nel quadro di funzioni istituzionali; incontri informali, però, per giunta con l’obiettivo di in qualche modo minare l’attività dei servizi, sono tutta un’altra faccenda.

E non finisce qui: secondo quanto rilanciato da Kontraste, il magazine delle rete televisiva ARD, Maaßen avrebbe addirittura inoltrato a Stephan Brandner (deputato AfD e Presidente della Commissione Giustizia del Bundestag) informazioni riservate sulla decisione del BfV di non mettere AfD sotto osservazione – decisione resa pubblica in via ufficiale solo alcune settimane più tardi. Potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso: la SPD e la Linke pretendono le dimissioni di Maaßen, chiedendo a Merkel di occuparsi finalmente della questione con chiarezza e decisione, e la vicenda è stata anche al centro di un vertice fra i leader dei tre partiti della Grosse Koalition di governo. È chiaro infatti che la gravità dei fatti ha raggiunto un livello difficilmente superabile: si tratterebbe praticamente di una vera e propria contiguità del responsabile in capo dei servizi segreti con un movimento che è ormai il punto di riferimento per tutta la galassia estremista. Le conseguenze – anche solo, diciamo così, “psicologiche” – sull’opinione pubblica tedesca sono facili da immaginare.

Il Presidente del BfV ha mantenuto una certa ambiguità su tutta la questione e su altre sue dichiarazioni finite nell’occhio del ciclone – come quando, ad esempio, ha messo in dubbio l’autenticità di alcuni video girati a Chemnitz durante la caccia allo straniero di un paio di settimane fa. Gode comunque, ma chissà ancora per quanto, del sostegno del suo diretto superiore: il BfV dipende infatti dal Ministero dell’Interno, alla cui guida al momento si trova l’unico esponente politico di primo piano che continua a difenderlo, Horst Seehofer. Che però, a poche settimane da elezioni in Baviera che si annunciano difficilissime, probabilmente avrebbe fatto volentieri a meno di quest’altra patata bollente.

I leader dei tre partiti della Grosse Koalition si rincontreranno martedì 18 settembre per prendere una decisione: e forse non è fantascienza immaginare che Seehofer sceglierà di sacrificare Maaßen per salvare sé stesso – o, quantomeno, per comprarsi un po’ di tempo in più.

 

Edoardo Toniolatti

@AddoloratoIniet 

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