La cautela di Jürgen Habermas

Con un lungo editoriale sulla Süddeutsche Zeitung, il filosofo tedesco è intervenuto nel dibattito sul sostegno militare all’Ucraina

Una decina di giorni fa scrivevamo di Sascha Lobo e del suo feroce editoriale apparso sullo Spiegel, dedicato al “pacifismo straccione”, una forma di moralismo che ritiene più importante il rispecchiarsi nei propri principi rispetto alla vita altrui, messa a rischio dall’inazione e dall’attendismo. 

Quella di Lobo è una posizione radicale, espressa con toni duri e volutamente provocatori, come è nel suo stile. Ma naturalmente non è l’unica che possiamo trovare nel dibattito tedesco, un dibattito piuttosto vivace dal momento che riguarda alcuni punti fondamentali dell’identità e dell’autocomprensione tedesca almeno a partire dal dopoguerra. Si parla di guerra e di carri armati, e di partecipare – per quanto non direttamente – a un conflitto armato: temi che per la Germania, con la sua storia, non possono mai essere affrontati con leggerezza.

A far molto discutere è stata nei giorni scorsi una lettera aperta al Cancelliere Scholz, firmata da 28 intellettuali e pubblicata sullo storico bimestrale femminista Emma, come parte di una petizione contro l’invio di armi pesanti in Ucraina.

I sottoscrittori, fra cui figurano esponenti di primo piano del mondo culturale tedesco come lo scrittore Martin Walser, il cabarettista Dieter Nuhr e la decana del femminismo tedesco Alice Schwarzer, condannano fermamente l’invasione Russa, e riconoscono il “dovere politico e morale” della resistenza quando si viene attaccati. Ma questo dovere viene meno quando vengono superate delle linee invalicabili. La prima è quella della possibile escalation verso un conflitto nucleare. L’invio di armi potrebbe rendere la Germania una parte in causa attiva, e un’eventuale ritorsione russa potrebbe innescare la clausola di difesa comune della NATO, e dunque – si legge nella lettera – una guerra mondiale. La seconda linea rossa è quella delle indicibili sofferenze patite dalla popolazione civile ucraina: “anche la resistenza giustificata contro un aggressore diviene a un certo punto insopportabilmente sproporzionata rispetto ad esse”. 

Queste due linee sono ormai prossime all’essere attraversate. E secondo i firmatari è un errore ritenere che, a questo punto, la responsabilità sia solo di Putin e della Russia. L’escalation nucleare non dipende solo dall’aggressore, ma “anche da coloro che, con gli occhi bene aperti, gli offrono un motivo per agire in maniera potenzialmente criminale”. E anche per quanto riguarda il popolo ucraino, il “costo” da pagare in termini di sofferenze e di vite umane non è una questione che riguarda solo ed esclusivamente il governo guidato da Zelensky: “le norme moralmente vincolanti sono per natura universali”. L’invio di armi non è la risposta, perché quello che serve è intensificare gli sforzi per le trattative e la pace, una “pace globale” modellata sull’esempio dell’Europa e della sua “unione nella diversità”.

La lettera ha scatenato reazioni molto vivaci nel dibattito tedesco, più di condanna che di sostegno. I firmatari sono stati accusati nel migliore dei casi di ingenuità, nel peggiore di operare un vero e proprio rovesciamento dei ruoli fra vittima e carnefice – un punto particolarmente evidenziato proprio perché Emma è una pubblicazione storica del femminismo tedesco, ma secondo molti con questa presa di posizione finisce proprio in uno dei più tipici victim-blaming sessisti. C’è chi dice che il prossimo passo è invitare le donne picchiate dai compagni a cercare una soluzione pacifica, non a innescare un’escalation andando dalla polizia. E chi invece commenta con una battuta amara: “Ucraina, con quella biancheria democratica così provocante che indossi, non c’è da stupirsi che a Putin sia ribollito il sangue!”

Un’altra voce molto autorevole si è levata dalle pagine della Süddeutsche Zeitung, quella di Jürgen Habermas, probabilmente il più grande filosofo vivente – e che se passate da queste parti potreste aver già incontrato. In un lungo editoriale apparso sul quotidiano bavarese, Habermas costruisce un ragionamento più complesso e stratificato, in cui espone due posizioni entrambe moralmente e politicamente fondate ma antitetiche e inconciliabili, espressione del “dilemma” in cui si trova l’Occidente in questo momento. Da un lato, è necessario evitare un’escalation globale nucleare a qualunque costo: l’Occidente deve quindi valutare e pesare in maniera estremamente accurata qualsiasi sua mossa, in modo da scongiurare qualunque potenziale superamento del confine che implica la diretta entrata in guerra. Dall’altro però non si può essere sempre continuamente ricattati dall’autocrate russo. Abbandonare l’Ucraina al suo destino non sarebbe soltanto uno scandalo morale e politico, sarebbe anche una scelta contraria agli interessi occidentali, perché apparecchierebbe il tavolo per altri giri di roulette russa – è proprio il caso di dirlo – magari con la Georgia, la Moldavia o chissà chi altro. È proprio la “politica della paura” ad aver dato a Putin la possibilità di giocare sul rischio dell’escalation.

Questa seconda posizione però, scrive Habermas, presuppone che l’avversario con cui si ha a che fare condivida gli stessi limiti che noi abbiamo posto a noi stessi. Possiamo dire che sia il caso di Putin? Certo l’immagine del tiranno pazzo e ossessionato da un progetto messianico è una caricatura non in linea con il suo curriculum di “ambizioso e calcolatore, addestrato dal KGB, assetato di potere”, ma non va sottovalutata una profonda differenza dal punto di vista dei valori, probabilmente esacerbata dalla crescente inquietudine causata dal “progressivo avvicinarsi dell’Ucraina all’Occidente e dal movimento di resistenza politica nella vicina Bielorussia”. 

Jürgen Habermas (Foto: Florian Breier)

È proprio su questa specie di errore di prospettiva, o quantomeno di interpretazione, che Habermas individua la linea che separa due posizioni. La prima è quella di chi si schiera con forza a favore del sostegno all’Ucraina con tutti i mezzi necessari, anche quelli bellici. Una generazione di giovani cresciuti con una forte “sensibilità alle questioni normative, che non nascondono le proprie emozioni” e che sono rimasti particolarmente sconvolti dall’infrangersi di un ordine pacifico che almeno in Europa sembrava irreversibile. Una generazione che secondo Habermas è rappresentata in modo molto efficace dalla Ministra degli Esteri Annalena Baerbock, che ha dato una voce sincera e convincente alla reazione di shock provata da molti, così come alla “spontanea identificazione” con una leadership ucraina il cui impegno di resistenza è stato spesso dipinto in termini morali.

L’altra posizione invece è quella dei più anziani, a cui Habermas stesso si iscrive, e che “ha imparato una lezione diversa dalle esperienze della Guerra Fredda e ha sviluppato una differente mentalità”. La posizione che, a differenza dei “giovani” che ragionano in termini di vittoria e sconfitta, sa che “una guerra contro una potenza nucleare non può essere ‘vinta’ nel senso tradizionale della parola”. Questa prospettiva è figlia di una mentalità “post-eroica”, nata dalla consapevolezza che l’unico risultato dello scontro fra le superpotenze nucleari del ventesimo secolo sarebbe stata la distruzione totale e irreversibile: una minaccia costante che ha portato all’imperativo di risolvere le controversie fra gli Stati tramite sanzioni e diplomazia, senza ricorrere alle armi. Ciò naturalmente non significa inseguire il pacifismo ad ogni costo, quanto piuttosto tenere ben presente il fatto che bisogna abbandonare l’idea di “vittoria” come di solito viene intesa.

Il dibattito vivace e acceso fra “interventisti” e “pacifisti”, secondo Habermas, è frutto della “confusione di queste mentalità contemporanee ma storicamente non-simultanee”. Da un lato ci sono i “giovani” che confidano in una vittoria dell’Ucraina ma sono soprattutto sconvolti dalle violazioni dei diritti umani perpetrate a Bucha, dall’altra gli “anziani” che pur riconoscendo queste violazioni sono consapevoli di quanto tutto il sistema sovranazionale di istituzioni, tribunali e sanzioni sia un costrutto ancora lontano dal funzionare in maniera efficace, e quanto ancora dipenda da logiche legate a dinamiche di potere e rapporti fra Stati nazionali. I “giovani interventisti” non sono ribelli che rigettano i principi normativi alla base delle democrazie moderne e dell’ordine sovranazionale: sono invece degli interpreti troppo ottimisti di quegli stessi principi. Interpreti di un idealismo plasmato anche da forti sentimenti morali.

È necessario che l’Occidente trovi una via d’uscita dal suo dilemma, conclude Habermas, e che le due posizioni delineate trovino il modo di convergere in qualche modo. La speranza, suggerisce il filosofo, è che ci si possa ritrovare nella “cauta formulazione” di un obiettivo comune. Al di là del senso tradizionale di vittoria e sconfitta, “l’Ucraina non deve perdere questa guerra”.

L’editoriale di Habermas offre molti punti su cui ragionare e discutere, buon food for thought, come si dice. Se volessimo riprendere la distinzione fatta da Sascha Lobo sullo Spiegel, non si tratta certo di “pacifismo straccione”, ma di pacifismo ragionato e ragionevole. A me però ha lasciato due dubbi. Uno ha a che fare con un aspetto che mi è parso di leggere fra le righe, e cioè una sorta di paternalismo se non morale, quantomeno intellettuale. I “giovani” dipinti da Habermas sono principalmente, pervicacemente emotivi; e la loro leader ideale è Annalena Baerbock, una donna. Il sottotesto sembra quasi essere che, essendo giovani e per di più “guidati” da una donna, per forza devono avere più dimestichezza col piano dell’emotività calda e immediata invece che con quello freddo e formale del ragionamento. Ma il punto sul paternalismo intellettuale porta però, secondo me, a un dubbio molto più rilevante, che riguarda invece il contesto. Per essere precisi un contesto che, in questo discorso, manca: quello dell’Unione Europea. Il potenziale scontro fra potenze nucleari disegnato da Habermas ricalca quello novecentesco, sembra ancora imprigionato in un orizzonte in cui ci sono USA da una parte e URSS dall’altra – magari oggi si chiamano NATO e Russia, ma le dinamiche e gli attori quelli sono. L’Unione Europea, però, con tutte le sue imperfezioni e le sue incompletezze, è un attore completamente nuovo, un fattore inedito da inserire nell’equazione. Un fattore i cui tratti costitutivi non sono principalmente militari, forse neanche geopolitici in senso stretto, ma politici in senso ampio, economici, giuridici, culturali. Prefigurare la probabile catastrofe senza considerare questo elemento a me sembra quantomeno incauto – a proposito di cautela.

E mi viene in mente proprio un concetto che Habermas ha approfondito moltissimo, su cui ha lavorato forse più di qualunque altro pensatore recente: quello di Verfassungspatriotismus, “patriottismo costituzionale”. L’idea cioè di un’identità costruita sull’attaccamento a valori e principi alla base della democrazia liberale invece che sull’appartenenza a una cultura nazionale. Certo per Habermas l’ambito per eccellenza di questa forma di patriottismo è la sfera dell’opinione pubblica, non tanto quello di un’istituzione. Però mi viene in mente un’altra cosa: un documentario, per la precisione, realizzato da ARD, la prima rete televisiva tedesca (nota anche, per l’appunto, come Das Erste, “il primo”). Il documentario si intitola Würde ich töten für Frieden und Freiheit?, “Ucciderei per la pace e la libertà?”, ed è andato in onda pochi giorni dopo l’inizio della guerra, il 6 marzo di quest’anno. Alla luce dell’invasione da parte della Russia, il giornalista Philipp Engel ha intervistato molte persone, provenienti dai background più diversi – studenti e pensionati, cristiani, ebrei e musulmani, immigrati e tedeschi da generazioni. Le domande di Engel non riguardavano solo la loro posizione sulla guerra, ma spostavano il discorso su un piano molto più concreto e personale: ma se succedesse qui, da noi? Saresti pronto a combattere, a morire? Saresti pronto a uccidere?

Ci sono state tante risposte, di tanti tipi. A me però è rimasta molto impressa quella di una giovane studentessa di Francoforte. “Ne abbiamo parlato a lungo con i miei amici, in questi giorni”, ha detto. “E una mia amica mi ha detto che per la Germania lei non combatterebbe mai. Ma per l’Europa certamente sì.”

Edoardo Toniolatti

@AddoloratoIniet

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