Più attuale che mai: cent’anni fa nasceva l’architetto della Ostpolitik

Il centenario della nascita di Egon Bahr, architetto della Ostpolitik di Willy Brandt, cade proprio nel momento in cui la distanza fra Germania e Russia non potrebbe essere maggiore.

Esattamente cent’anni fa, il 18 marzo 1922, nasceva a Treffurt, nell’allora Turingia prussiana, Egon Bahr.

Ad attendere questo figlio di un insegnante e un’impiegata di banca ci sarebbe stata una biografia ricca di svolte e sorpresa, per certi versi paradigmatica della storia e società tedesche nel XX secolo. E decisiva per le vicende politiche della Germania divisa e della guerra fredda.

Nel 1938 il padre di Bahr lasciò per via della suocera ebrea il lavoro per lo Stato. La famiglia si trasferì a Berlino, dove Egon fece la maturità nel 1941. A causa dello stesso motivo di discriminazione egli non poté iniziare uno studio universitario ed iniziò prima un apprendistato in una grande industria per poi essere dal 1942 al 1944 soldato della Wehrmacht. Sempre a causa della nonna ebrea Egon lasciò il servizio militare, sopravvisse a Berlino alla fine della guerra e lì iniziò dopo quest’ultima una carriera da giornalista, che lo portò dal 1950 alla RIAS, la radio tedesco-americana di Berlino Ovest.

Nel 1956 Egon Bahr si iscrisse alla SPD, dove conobbe l’allora Sindaco-Governatore di Berlino Ovest, un certo Willy Brandt, di cui divenne dal 1960 il portavoce e capo del dipartimento informazione e stampa. Quando nel 1966 Brandt divenne Ministro degli Esteri della Repubblica federale, a Bahr fu affidata la direzione della pianificazione politica del Ministero con il rango di ambasciatore straordinario. Fu in questi anni all’Auswärtige Amt, il dicastero diplomatico, che Bahr sviluppò per Brandt i dettagli di una “neue Ostpolitik”, una nuova politica per l’Est, che divenne poi famosa semplicemente come Ostpolitik quando Brandt nel 1969 divenne Cancelliere. E Bahr sottosegretario e poi Ministro alla Cancelleria. Il fatto che nell’uso contemporaneo si tralasci l’aggettivo “nuova” è significativo e assolutamente giustificato. Perché questa nuova politica orientale brandtiana corrispose ad una cesura con i postulati della postura internazionale tedesco-occidentale fino a quel momento, ispirata da Adenauer in poi ad un atteggiamento di contrapposizione aggressiva e dura con l’Unione sovietica, il blocco orientale e la Germania Est. Questo atteggiamento culminava con la cosiddetta “dottrina Hallstein” – dal politico CDU che di Bonn fu sottosegretario agli Esteri dal 1951 al 1958 nei governi Adenauer – che pretendeva di statuire l’inesistenza giuridica della Germania Est.

Egon Bahr al congresso SPD di Amburgo, nel 1977. (Foto: J.H. Darchinger/Friedrich-Ebert-Stiftung)

La Ostpolitik pensata da Brandt e Bahr fu non solo una fase di “distensione” coi “rossi” (e coi russi), ma soprattutto una vera rivoluzione in politica estera. Essa fu ispirata al motto del “cambiamento attraverso l’avvicinamento” (Wandel durch Annäherung), una formulazione concepita da Bahr già nel 1963 e poi ripresa dal Cancelliere. Ad essa seguirono non solo gesti politici eclatanti, come la genuflessione di Brandt a Varsavia, ma anche precisi trattati internazionali che regolarono ex novo i rapporti bilaterali con l’Unione sovietica e stabilirono finalmente il riconoscimento dei confini della Polonia e dell’esistenza stessa della DDR, la Germania Est. Come abbiamo già avuto modo di dire non molti giorni fa, la contrapposizione aggressiva e dura di stampo adenaueriano con l’Unione sovietica, il blocco orientale e la Germania Est poteva sì aver corrisposto alla fase più dura della guerra fredda, ma alla prova dei fatti non aveva portato né allo sperato rovesciamento dei regimi realsocialisti né ad un miglioramento delle condizioni di vita dei popoli dell’Europa centrale ed orientale. La costruzione del Muro di Berlino (1961), gli interventi armati sovietici in Ungheria (1956) e Cecoslovacchia (1968) e la formulazione esplicita della Dottrina Brežnev (1968) stavano al contrario a dimostrare come un’aggressiva contrapposizione portasse fondamentalmente ad un ulteriore irrigidimento delle posizioni nonché a militarizzazione e repressione nelle società dell’Europa centro-orientale. Se si voleva provocare un cambiamento nel e del blocco sovietico, questa la tesi di fondo di Brandt e Bahr, occorreva avvicinarvisi.

9 agosto 1972: il Cancelliere Willy Brandt (a destra) ed il Ministro degli Esteri e Vicecancelliere Walter Scheel (FDP, a sinistra) consegnano ad Egon Bahr (al centro), allora Sottosegretario alla Cancelleria, i pieni poteri per la conclusione del trattato fondamentale con la Germania Est. (Foto: J.H. Darchinger/Friedrich-Ebert-Stiftung)

Egon Bahr fu già allora e viene definito ancor oggi come l’architetto della politica di reciproco riconoscimento ed avvicinamento con la Germania Est, la Russia sovietica ed il resto del blocco orientale. Durante gli anni di Brandt Cancelliere (1969-1974) Bahr partecipò a tutte le trattative di Bonn con Mosca e Berlino Est e, non di rado come capo della delegazione occidentale, contribuì alla stesura dei Trattati di Mosca (1970, con l’Unione sovietica) e di Varsavia (1972, con la Polonia) nonché ai due grandi trattati fra le due Germanie: l’Accordo sul transito del 1971 (che normalizzò le comunicazioni fra Berlino Ovest e la Repubblica federale) ed il Trattato fondamentale del 1972. Proprio in occasione di quest’ultimo fu pubblicata sul quotidiano conservatore “Die Welt” una vignetta (firmata da Wolfgang Hicks) nella quale Willy Brandt ed Egon Bahr piantavano un piccolo fiore sotto il minaccioso Muro di Berlino, coronato di filo spinato. Il titolo recitava: “Con la forza delle sue possenti radici esso spaccherà tutti i muri” (“Kraft seiner starken Wurzeln wird er alle Mauern sprengen”). Inutile dire l’intento fosse ironico e derisorio, ma la storia poi seguita dimostra che le radici seminate dalla Ostpolitik brandtiana hanno davvero contribuito a cambiare società e politica nell’Europa centro-orientale e, dunque, a spaccare i muri.

La vignetta del 1972 di W. Hicks su “Die Welt” voleva deridere come ingenua la Ostpolitik di Willy Brandt ed Egon Bahr, ma finì invece per immortalarne in forma grafica il successo. (Foto: HDG)

Dopo l’uscita da Brandt dalla Cancelleria, Egon Bahr fu brevemente Ministro della Cooperazione internazionale sotto Helmut Schmidt (1974-1976). Seguirono poi lunghissimi anni di conferenze, corsi universitari ed uscite pubbliche, il tutto concentrato ovviamente sul suo capolavoro politico: la distensione e normalizzazione dei rapporti fra Occidente e Oriente tedesco ed europeo. Anche dopo il superamento della divisione della Germania e la caduta dell’Unione sovietica Bahr non si stancò mai di sottolineare come non la contrapposizione, ma la costruzione di un’architettura comune di sicurezza fosse la via maestra per la pace in Europa. Nel 2015 egli morì novantreenne nella sua Berlino.

Non può essere taciuto, in conclusione, che gli eventi di queste settimane, con l’aggressione militare putiniana dell’Ucraina, lascino guardare con nuova luce alla Ostpolitik di Willy Brandt ed Egon Bahr. Non certo però per bollarne a posteriori l’inutilità o l’ingenuità, giacché quelle radici allora piantate contribuirono davvero a spaccare i muri. Così la fondazione culturale vicina alla SPD, la Friedrich-Ebert-Stiftung, nell’organizzare le celebrazioni per il centenario della nascita non manca di sottolineare – in una considerazione che crediamo possa essere condivisa – come l’attuale aggressione dell’Ucraina rappresenti una rottura violenta di tutte quelle reti comuni di dialogo e sicurezza che proprio politici come Bahr avevano contribuito a creare. Insieme ad adeguate controparti a Mosca, tocca e preme sottolineare. Nel quadro di queste celebrazioni sarà proprio il successore di Willy Brandt, l’attuale Cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz, ad onorare e ricordare vita e memoria di Egon Bahr. Siamo quasi sicuri che, dopo esser stato costretto dalla tragicità degli eventi ad un ritorno ad una politica di confronto di adenaueriana memoria, Scholz non mancherà di dire due parole sulla Ostpolitik. Per commemorare anch’essa, oramai.

Edoardo D’Alfonso Masarié

@furstbischof

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