La Germania vuole il gas del Qatar

Il piano di Robert Habeck per rendere Berlino indipendente dal gas di Mosca

Con lo scoppio della guerra in Ucraina la Germania, come molti altri Paesi europei, ha realizzato una volta per tutte quanto grave e pressante sia il suo problema di approvvigionamento energetico.

Già prima dell’invasione, quando la comunità internazionale seguiva con apprensione le manovre russe al confine, molti imputavano la reticenza tedesca a prendere una posizione forte alla dipendenza dal gas russo. Con l’ingresso dei carri armati sul suolo ucraino, però, la Germania non ha più avuto alibi, e ha dovuto compiere quel passo in avanti sottolineato da Olaf Scholz nel suo ormai celebre e celebrato discorso sulla Zeitenwende

Al cambiamento radicale della politica estera (e militare) tedesca si affianca l’esigenza di un mutamento altrettanto radicale nella sua politica energetica. Perché è vero che ormai il Paese ha da molti anni intrapreso la strada dell’Energiewende, cioè la “svolta energetica” mirata a sostituire i combustibili fossili con le rinnovabili, ma la realtà risulta spiacevolmente molto più complicata. La decisione di abbandonare il nucleare, considerata ormai irreversibile, ha inevitabilmente aumentato la dipendenza energetica da fonti alternative, altrettanto inquinanti ma molto ballerine dal punto di vista geopolitico: e il gas naturale russo ne è un esempio lampante. Tanto che nel 2019 il Wall Street Journal non esitò a definire la politica energetica tedesca come “la più stupida del mondo”.

Secondo AG Energiebilanzen, associazione di esperti del settore che pubblica ogni anno il bilancio energetico del Paese, il gas genera circa il 15% della produzione energetica tedesca, e copre oltre il 26% del consumo. Circa il 95% del gas viene importato, e la quota proveniente dalla Russia si aggirerebbe intorno al 55% – ma secondo dati Eurostat potrebbe addirittura arrivare al 75%. E ovviamente non va dimenticato che il gas naturale è solo una delle fonti energetiche che Berlino compra da Mosca: da lì provengono anche il 50% del carbone e il 35% del petrolio greggio.

La quota di energia prodotta con il gas naturale…
… e la quota di quella consumata.

Il gas russo è quindi fondamentale per la Germania, per consentirle di proseguire il suo cammino verso la neutralità climatica e la transizione ecologica con un minimo di serenità e senza dover temere costi eccessivi, soprattutto dal punto di vista politico e sociale. Ma l’invasione dell’Ucraina ha cambiato radicalmente lo scenario.

Quello più sotto pressione è Robert Habeck, il Ministro per l’Economia e la Protezione del Clima: la questione energetica ricade fra le competenze del suo dicastero. E in questi giorni Habeck è stato molto attivo per trovare delle soluzioni alternative – che vuol dire soprattutto dei partner commerciali che siano in grado di fornire gas in fretta e che non si chiamino Vladimir Putin. Si parla molto di Norvegia, con cui la Germania sta trattando la costruzione di un gasdotto per il trasporto di idrogeno, e Canada: ma è stato soprattutto il viaggio di Robert Habeck in Qatar dello scorso fine settimana a calamitare l’attenzione. Il Qatar è uno dei maggiori esportatori mondiali di LNG, il gas naturale liquefatto per cui la Germania pianifica di costruire in tempi record due impianti di importazione e gestione a Brunsbüttel e a Wilhelmshaven. Finora il Paese si è concentrato soprattutto sull’esportazione in Asia, ma nei prossimi anni punta ad aumentare la produzione e ad espandere il proprio giro di affari. E la Germania, alla disperata ricerca di un fornitore alternativo, è il cliente ideale. 

A dirla tutta non si tratta solo di gas. La delegazione tedesca, oltre al Ministro, comprendeva numerosi industriali di primo piano, come ad esempio Martina Merz, CEO di ThyssenKrupp. Un chiaro segnale dell’intenzione di costruire un forte rapporto commerciale ed economico a tutto campo. Ma è chiaro che la questione energetica è la più urgente di tutte.

Robert Habeck in Qatar (Foto: Bernd von Jutcrzenka/dpa)

Come scrive la Frankfurter Rundschau, il Qatar è una Baustein, uno dei mattoni più importanti della strategia energetica di Habeck. L’ampia disponibilità dell’emirato a esportare LNG consente di guardare al prossimo inverno senza sentire già brividi – di freddo – sulla schiena, per quanto il gas qatariota costi più di quello russo. Ma nessuno può prevedere come evolverà la situazione in Ucraina, e se dopo la certificazione della morte del gasdotto Nord Stream 2 arriverà anche quella di Nord Stream 1 e uno stop generalizzato all’importazione da Mosca. Meglio dunque cercare di diversificare il più possibile, e il più in fretta possibile, anche a costo di rimetterci qualcosa. 

C’è però anche un’altra faccia della medaglia. Da alcuni punti di vista è legittimo sospettare che svincolarsi da Mosca per legarsi a Doha possa essere una scelta quantomeno azzardata. Ad esempio dal punto di vista del rispetto dei diritti umani, da sempre uno dei pilastri fondamentali della politica estera dei Grünen. Il Qatar è comunque uno Stato autoritario, il cui governo è da anni al centro di feroci accuse per lo sfruttamento dei lavoratori in vista dei Mondiali di calcio di dicembre. Certo non ha invaso uno stato sovrano alle porte d’Europa, ma è ben lontano dall’essere un modello di democrazia liberale. Se non altro Habeck stesso ha mostrato di esserne ben consapevole, parlando di un “terreno traballante” dal punto di vista diplomatico, nonostante l’emirato abbia fatto qualche passo in avanti introducendo un salario minimo e alcuni miglioramenti nelle condizioni di lavoro. 

Un altro punto problematico riguarda poi la stessa questione energetica. Se l’obiettivo è affrancarsi per sempre dai combustibili fossili in tempi brevi, come scritto nero su bianco nel contratto di coalizione, continuare ad appoggiarsi a fonti come il gas naturale non sembra la strategia più efficace. È vero che ci si trova di fronte a un’emergenza, e che l’alternativa sarebbe passare il prossimo inverno al freddo, ma basterà per convincere militanti e attivisti verdi?

Con il suo viaggio in Qatar, accompagnato da industriali di primissimo piano, Robert Habeck ha dimostrato di aver trovato una sponda significativa nel mondo imprenditoriale tedesco. Come dice lo Spiegel, molti manager del Paese adesso non sono suoi nemici, ma suoi alleati: un risultato non scontato per un esponente dei Verdi. Resta ancora da vedere se – e quanto – queste nuove alleanze potranno costargli all’interno del partito.

Edoardo Toniolatti

@AddoloratoIniet

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