L’assassinio del prefetto Lübcke: in Germania l’estrema destra uccide

L’omicidio del funzionario statale e politico CDU apre uno squarcio sull’oscuro mondo dell’estrema destra organizzata in Germania. Dalla quale l’ormai parlamentarizzata AfD finora non riesce a prendere le distanze

 La mattina di domenica 2 giugno Kassel si sveglia rovente. Le temperature raggiungono 29 gradi, una soglia insolita per la città capoluogo dell’Assia settentrionale. Ed il Prefetto, Walter Lübcke, è morto ammazzato.

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I funerali di Walter Lübcke (Foto: BILD)

La carriera di Lübcke, classe 1953, nato e mai smosso dalla sua Assia settentrionale, sembrava una di quelle belle storie della politica locale coronate alla fine da un meritato successo. All’inizio probabilmente non sarà stato facile, per un iscritto alla democristiana CDU come lui, trovare una strada in quel nord dell’Assia dove allora la SPD mieteva all’epoca indisturbata i migliori consensi. Ad aiutarlo forse sarà stata quella professata e vissuta fede calvinista, che in queste terre al centro della Germania è saldamente radicata fin da quando ad inizio Seicento il locale principe Maurizio d’Assia convertì sé e sudditi all’insegnamento del riformatore ginevrino. Entrato nella CDU poco più che trentenne nel 1986, Lübcke vi ha ricoperto per oltre un decennio incarichi comunali e di partito a livello locale, prevalentemente dai banchi dell’opposizione. Accanto al partito la politica lo ha accompagnato anche nell’impegno professionale nell’ambito della formazione, fino a quando nel 1999 il vento della vittoria del suo partito alle elezioni dell’Assia non gli portò in dote uno scranno al parlamento statale di Wiesbaden. Del suo impegno di deputato non si dimostrarono insoddisfatti i suoi concittadini, che nel 2003 lo rielessero con un mandato diretto (uninominale), rompendo per la prima ed unica volta il dominio incontrastato dei socialdemocratici nel suo collegio elettorale. Dismesso nel 2009 l’abito del parlamentare, il governo statale dell’Assia lo nominò prefetto della “sua” Kassel. Un gran bel premio per concludere la carriera. È tuttavia proprio qui che comincia la parte interessante della storia.

Se in Italia siamo poco abituati a prefetti che bucano lo schermo, in Germania lo sono talmente meno di noi che persino molti fra i tedeschi più interessati di politica non sanno cosa sia un Regierungspräsident. (Va detto, a lor discolpa, che la carica non esiste in tutti i Länder della Repubblica federale). A Walter Lübcke la direzione amministrativa dell’apparato statale nella sua regione sarà probabilmente pure piaciuta, buon sangue però non mente ed il temperamento del politico cresciuto a pane, calvinismo ed opposizione non si lascia imbrigliare dal grigiore degli uffici. Ne è la riprova la sua gestione della “crisi dei migranti” nel 2015, nel cui territorio il prefetto era per incarico il responsabile. In un’assemblea pubblica a Lohfelden – alle porte di Kassel – nell’ottobre di quell’anno, in occasione dell’apertura di un centro di accoglienza per profughi, il prefetto aggiunse alle consuete parole di lode per Chiesa, volontari e amministratori locali una frase impegnativa: “Vale la pena vivere in questo Paese. Qui è necessario difendere i nostri valori. Chi non condivide questi valori è libero di lasciare in ogni momento questo Paese: questa è la libertà di ciascun tedesco”.

Come tra l’altro lo Spiegel ha dettagliatamente ricostruito, quella frase venne affibbiata a Lübcke da circoli di destra come una condanna. A morte. Contro Lübcke si concentrarono fin da subito la filiale di Kassel del movimento xenofobo Pegida così come i cosiddetti Reichsbürger, estremisti di destra che si proclamano cittadini del Reich negando l’esistenza stessa della Repubblica federale tedesca. Contro il prefetto di arrivarono centinaia di mail e commenti sprezzanti, ma anche concrete minacce di morte. Col passare degli anni quel polverone sembrò placarsi, frutto forse del clima eccitato di quei mesi dove tutto il dibattito pubblico si aggrovigliava intorno alle questioni di profughi e migranti. Una quiete rotta sul balcone di casa Lübcke poco dopo la mezzanotte del 2 giugno scorso.

Nel frattempo le indagini hanno dato il loro corso: l’assassino è stato scovato ed ha confessato, due complici e l’arma del delitto sono stati identificati. Il caso è politicamente tuttavia tutt’altro che chiuso. Ciò non tanto per l’altissimo rango della vittima nell’architettura dello Stato costituzionale (“dettaglio”, per così dire, dimenticato con una frequenza impressionante nel dibattito tedesco di questo mese). E nemmeno per la constatazione che gli ambienti di destra estrema sarebbero ormai “pericolosissimi” fatta da quell’Horst Seehofer che ora è Ministro federale degli Interni, ma nel 2015 contribuì non poco all’arroventarsi del dibattito politico tedesco intorno e contro alla “crisi dei migranti”. Il caso Lübcke non è chiuso perché esso stesso apre uno squarcio su chi ha profittato ed approfittato di quella paura e quell’odio, che tratti ai loro estremi hanno armato le mani di tre uomini per uccidere un prefetto in Assia. Lo squarcio è aperto su AfD.

In una seduta speciale del Bundestag sul caso Lübcke il 27 giugno scorso l’ex ministro degli esteri ed ex leader della SPD Sigmar Gabriel ha cucito un anello di congiunzione fra le parole “incriminate” del prefetto nel 2015 e le colpe di AfD nel presente. “In Germania è lecito essere di destra. In Germania è lecito essere nazional-tedesco. In Germania è lecito esprimersi contro l’immigrazione. Tutto questo è consentito” – ha detto Gabriel, rispondendo implicitamente a chi nelle parole di Lübcke volle vedere un divieto di parola (e di dimora) per chi critichi la politica migratoria dei governi in carica. “Ciò che non è lecito è abbattere la parete tagliafuoco che ci separa dai nazisti del passato e del presente. Nazional-tedeschi ce ne sono stati tanti, nella Union [democristiana] ma anche nella FPD e nella SPD. Tuttavia a nessuno di questi – ha proseguito Gabriel rivolgendosi direttamente al leader di AfD Alexander Gauland – sarebbe mai passata dalle labbra o dai pensieri l’affermazione secondo cui il nazionalsocialismo sarebbe solo uno schizzetto di merda nella storia tedesca”. Il riferimento è ad una nota dichiarazione di Gauland in questo senso, mai ritrattata.

Il macigno indicato da Gabriel è il problema che l’AfD ha alla propria destra, con gli ambienti dell’odio organizzato e dell’estremismo dal quale non riesce a distanziarsi. Nonostante i tentativi di autodisciplina ed “autopulizia” che il partito sta mettendo in campo su pressione della sua ala più moderata, la vicinanza quasi genealogica di AfD ai mondi della estrema destra organizzata rimane il problema, in costanza del quale questa forza ormai innegabilmente radicata rimarrà un pària del sistema politico tedesco. Il processo è in corso, come dimostrano alcune dimissioni ed esclusioni eccellenti, prima fra tutte quella del leader regionale di AfD nel Land Sachsen-Anhalt André Poggenburg. Tuttavia le contraddizioni rimangono: in Baviera già due deputati al Parlamento statale di Monaco hanno voltato le spalle al gruppo di AfD, tra cui il co-capogruppo Markus Plenk. “Ne ho abbastanza – dichiarò in aprile Plenk – di giocare a fare la facciata borghese di un partito che nella sostanza rimane xenofobo e di destra estrema”. Pochi giorni prima la radiotelevisione pubblica BR aveva portato alla luce il fatto che due dipendenti del gruppo parlamentare AfD a Monaco avessero avuto un passato politico nella neonazista NPD. E anche se ora il gruppo è in rissa, la capogruppo Katrin Ebner-Steiner – di lei avevamo parlato su Kater nell’agosto 2018, quando Il Venerdì le dedicò niente meno che la copertina – sta riuscendo a rimanere anche senza maggioranza interna alla guida della formazione. Quanto sia faticoso il processo per distinguere il grano dal loglio lo dimostra l’ennesimo, recentissimo fattaccio: nel Parlamento di Monaco durante il minuto di silenzio per commemorare Walter Lübcke un solo deputato non si alza in piedi e rimane ostentatamente seduto. Inutile aggiungere che il parlamentare in questione, Ralph Müller, sia in AfD fra i sostenitori dell’ala più radicale.

Per concludere. L’assassinio di Walter Lübcke a Kassel è un fatto di gravità straordinaria per il rango ed il significato politico che chi gli ha tolto la vita ha voluto colpire. Il caso punta nella sua gravità il dito sugli ambienti di destra estrema che non sono armati solamente di tastiere e fiaccole, ma anche di pistole pronte a colpire. La sfida politica, nella quale una forza ormai consolidata e nell’Est del paese decisamente significativa come AfD si trova, è la capacità di segnare un confine netto fra sé e questi ambienti. Confine senza il quale AfD rimarrà, per citare un’ultima volta Sigmar Gabriel, fra le fila dei carnefici e quindi esclusa da una partecipazione a pieno titolo dal gioco politico.

 

Edoardo D’Alfonso Masarié

@furstbischof 

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