Tedesco a metà

Mario Balotelli, Luca Castellini e la storia del #MeTwo

Le parole di Luca Castellini su Mario Balotelli hanno avuto ampia risonanza non solo in Italia ma anche all’estero (ne hanno parlato il Guardian e lo Spiegel, per citarne solo due), e ovunque hanno suscitato – giustamente – reazioni di condanna.

Il capo ultras del Verona, che è anche coordinatore regionale di Forza Nuova, prima ha minimizzato gli insulti razzisti ricevuti dall’attaccante del Brescia, derubricandoli a mero sfottò folkloristico, poi però ha rincarato la dose: Balotelli avrà pure la cittadinanza, “ma non potrà mai essere del tutto italiano”.

La vicenda ha inaugurato l’ennesimo dibattito sul razzismo in Italia – ennesimo non perché se ne parli troppo, anzi, ma perché al contrario se ne parla giusto quando succedono episodi simili per poi tornare alla normalità, quella in cui in realtà “il razzismo è ben altro”, “ci sono altri Paesi molto più razzisti di noi” e via discorrendo. Se ne parla quel tanto che serve per sentirsi a posto con la coscienza, però non abbastanza per comprendere la natura strutturale del problema. Ma sto divagando.

Quello su cui vorrei concentrarmi non è tanto l’episodio in sé, ma le parole di Castellini sulla presunta italianità impropria di Balotelli. Quella frase, infatti, mi ha ricordato molto una cosa che avevo letto tempo fa, nell’estate del 2018, quando anche il dibattito pubblico tedesco era animato da una questione non troppo diversa. Anche in quel caso c’entrava un calciatore.

Come forse ricorderete, dopo i Mondiali di Russia fece scalpore la lunga lettera con cui Mesut Özil diede polemicamente l’addio alla Mannschaft, la Nazionale, denunciando l’aggressione razzista di cui si riteneva vittima dopo la pubblicazione delle sue foto in compagnia del presidente turco Erdoğan. Le critiche di cui era stato oggetto nelle settimane precedenti, secondo l’attaccante dell’Arsenal, non avevano nulla a che fare con la deludente spedizione tedesca, eliminata al primo turno, ma erano dovute a puro e semplice razzismo: un razzismo che lo ricopriva di insulti quando lo vedeva rivendicare con orgoglio le proprie origini turche, e che addirittura arrivava a metterne in dubbio la “lealtà” alla Germania.

Le prime pagine dei giornali ospitarono molti interventi sul tema, e il dibattito fra innocentisti e colpevolisti – cioè fra chi riteneva che Özil avesse toccato un nervo scoperto e chi invece era d’accordo con l’idea che il calciatore avesse sbagliato a farsi fotografare con Erdoğan, e che questo potesse far legittimamente dubitare della sua adesione ai valori della modernità occidentale – fece emergere l’ampiezza della questione in Germania, rivelando come la stessa esperienza fosse parte della vita di ogni giorno per migliaia e migliaia di tedeschi di seconda generazione. Un attivista di origine turca, Ali Can, lanciò un hashtag che divenne immediatamente virale: #MeTwo, a indicare la coesistenza in una stessa persona di due diverse “identità” – quella di “origine”, magari dei genitori o dei nonni, e quella tedesca. In brevissimo tempo migliaia di persone usando l’hashtag raccontarono su Twitter episodi di microrazzismo quotidiano e sistematico, dall’impiegato pubblico a cui viene suggerito di cambiarsi il nome in uno “tedesco” per fare carriera alla studentessa invitata a scegliere una scuola meno esclusiva del Gymnasium per ritrovarsi con alunne “culturalmente più simili” a lei. Episodi che svelarono la persistenza di una Germania non solo cieca dall’occhio destro, ma addirittura a rischio di riscoprirsi un Paese in cui il razzismo è socialmente accettabile.

Fra tutti le storie che si raccolsero sotto l’hashtag #MeTwo, all’epoca me ne colpì particolarmente una. A raccontarla era Düzen Tekkal, giornalista e documentarista tedesca di origine curda.

In un giorno della metà degli anni Ottanta – lei aveva otto anni – la sua famiglia si preparava per un’occasione importante e lungamente attesa: la cerimonia per la naturalizzazione, ed il conferimento della cittadinanza tedesca. Il padre ne era felicissimo, e al funzionario che celebrava il rito pubblico espresse tutta la gioia che provava nel diventare tedesco. Al che il funzionario lo corresse. “Lei non è tedesco”, disse. “Lei ha solo ottenuto la cittadinanza.”

Il padre di Düzen Tekkal, insomma, sarebbe un tedesco improprio, un tedesco a metà – proprio come Balotelli sarebbe un italiano a metà. Anche la Germania aperta e tollerante, proverbialmente accogliente, ha i suoi Castellini, come d’altra parte l’ascesa di AfD e dei movimenti di estrema destra ha reso tragicamente evidente in questi anni.

Il punto è che in Germania la questione è diventata parte del dibattito pubblico, ha aperto una discussione profonda, ha infranto almeno in parte un velo di ipocrisia ed ha portato i tedeschi a riconoscere che sì, forse c’è davvero un problema.

In Italia?

Edoardo Toniolatti

2 pensieri riguardo “Tedesco a metà”

  1. Ricordo il film svizzero del 1978 Die Schweizermacher del regista Rolf Lyssy di pregevole satira sulle procedure per concedere la cittadinanza svizzera agli stranieri.

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