Frank-Walter Steinmeier: verso una rielezione con effetto valanga

Mentre a Roma è rebus attorno alla successione di Mattarella, a Berlino il Presidente Steinmeier è riuscito con arguzia a costruire le condizioni per una sua rielezione con maggioranza amplissima

Il Bundespräsident o Presidente federale, Capo di Stato della Repubblica federale di Germania, è una figura che nelle notizie italiane compare di rado e, quando vi appare, lo fa accompagnato dal suo “omologo” quirinalizio, il nostro Presidente della Repubblica.

Coincidenza vuole che le elezioni presidenziali nei nostri due Paesi siano quest’anno pressoché appaiate: Dal 24 gennaio si riuniranno a Roma i grandi elettori per la scelta del successore di Mattarella, mentre il 13 febbraio a Berlino verrà eletto il nuovo Presidente federale.

Frank-Walter Steinmeier con Sergio Mattarella a Berlino. (Foto: Der Bundespräsident)

Di analogie fra l’inquilino del Quirinale e quello del berlinese Palazzo Bellevue se ne potrebbero cercare tante, ma se vogliamo – per dirla con Francesco Guccini – trovare “il sugo del sale” allora conviene andare alle differenze. Esse sono evidenti nella modalità della probabile ed annunciata rielezione dell’attuale Presidente Frank-Walter Steinmeier, segno di una costituzione materiale vissuta in consuetudini politiche che si distanziano parecchio dalla misteriosità ed imprevedibilità di quel conclave laico che è l’elezione del Capo dello Stato italiano. 

Maggio 2021: la scommessa di un’autocandidatura.

Il 28 maggio 2021 Steinmeier annunciò pubblicamente, con parole garbate ma inequivoche, la disponibilità ad un secondo mandato presidenziale. L’annuncio, fatto con quasi nove mesi di anticipo rispetto alla scadenza del mandato, poteva e può essere spiegato in diversi modi. Anzitutto gli allora sondaggi del partito di Steinmeier, la SPD, oscillavano intorno ad uno sconsolante 14 o 15%, mentre quelli di due altri partiti, CDU/CSU e Verdi, pronosticavano in quel momento un testa a testa che avrebbe significato lo spodestamento della SPD dal ruolo di secondo partito di Germania e dall’ambizione di essere, in una democrazia dell’alternanza, talvolta anche il primo. Decisivo per inquadrare l’annuncio di Steinmeier era anche l’avvicinarsi delle elezioni parlamentari, poi svoltesi lo scorso 26 settembre, e la lunga consuetudine nella politica tedesca, per la quale spesso (ma non sempre) è il partito di maggioranza relativa ad avere un diritto di prelazione per la Presidenza federale, pur non escludendosi accordi per soddisfare il partner di governo di turno. Tradotto in parole semplici: Steinmeier, personalità apprezzata da moltissimi anche oltre gli steccati di partito e di coalizione, era consapevole che secondo le regole non scritte della politica tedesca il declino della SPD sarebbe stato un grosso ostacolo per una sua rielezione e ha dunque tentato, con un passo in avanti molto prima delle elezioni, di candidarsi con tutto il peso della sua personalità e della sua carica. Una scommessa in piena regola dunque.

La scommessa di Steinmeier sortì almeno in parte l’effetto sperato: dalle fila dei liberali della FDP – allora all’opposizione – si levarono autorevoli voci a favore di un bis presidenziale, dalla sua SPD pure (magari con la speranza di conservare almeno un incarico istituzionale autorevole nonostante una possibile nuova débâcle elettorale), ma anche in CDU, CSU e Verdi diversi riconobbero come un elemento difficilmente ignorabile il fatto che un presidente uscente, apprezzato da tutte le forze politiche e in modo particolare anche all’estero, fosse disponibile ad un nuovo mandato.

Un bis che viene da lontano.

Da considerare a proposito di rielezioni di Bundespräsidenten c’è anche lo shock degli anni 2010-2012, il capolavoro politico in negativo di Angela Merkel: allora due Presidenti federali espressi dalla CDU si dimisero nel giro di un anno e mezzo, prima l’appena rieletto Horst Köhler, che lasciò per una polemica in seguito a sue affermazioni sulla politica estera giudicate da molti non adatte ad un incarico neutrale e super partes come quello presidenziale, e poi l’appena eletto Christian Wulff, caduto in una polemica sulle condizioni – secondo le accuse troppo favorevoli – a cui il già Primo ministro della Bassa Sassonia ricevette il mutuo per la propria casa. Ad onor del vero va detto che Wulff fu poi assolto dalle accuse, ma politicamente ormai la frittata era fatta e la CDU sotto Angela Merkel dovette accettare di eleggere a marzo 2012 l’indipendente Joachim Gauck, già pastore luterano e attivista per i diritti civili durante la rivoluzione pacifica nella ex Germania Est, proposto da Socialdemocratici e Verdi. Nel 2017, di fronte al rifiuto per ragioni d’età dell’assai apprezzato Gauck di fare un secondo mandato, gli stessi Socialdemocratici proposero l’allora Ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier, loro uomo ed anch’egli molto stimato per la conduzione del proprio incarico, che fu poi eletto da un’amplissima maggioranza composta da CDU, CSU, SPD, Verdi, Liberali e minoranza linguistica danese.

Il bis di Steinmeier in questo 2022 corrisponde ad una ricerca di stabilità nella maggiore carica dello Stato federale che viene da lontano. Dopo il citato Köhler (CDU), rieletto nel 2009 ma dimessosi poco dopo, Steinmeier è il primo Bundespräsident a centrare la rielezione dopo l’ormai leggendario Richard von Weizsäcker, anch’egli CDU ed in carica dal 1984 ed il 1994. Prima di Weizsäcker, Presidente della riunificazione delle due Germanie, solo al co-fondatore della Repubblica federale Theodor Heuß (FDP) riuscì il completamento di due lustri presidenziali (dal 1949 al 1959). La ricerca di stabilità, elemento intrinseco al sentire politico tedesco e plasticamente resa dai lunghi mandati e dalle rarissime sconfitte elettorali per i Cancellieri in carica, si è con più difficoltà trasmessa anche all’istituzione del Presidente federale e quindi la rielezione di Steinmeier corrisponderebbe per quest’ultima ad un recupero di smalto dopo turbolenze e diversi mandati brevi.

Dalla scommessa del singolo ad un campo larghissimo.

La fuga in avanti di Steinmeier dello scorso maggio non spiega tuttavia da sola la sua probabile rielezione il prossimo febbraio. I risultati delle elezioni parlamentari dello scorso settembre, con la sorprendente vittoria di Olaf Scholz e della SPD, l’ottimo risultato dei liberali di FPD e quello buono ma un po’ deludente dei Verdi, hanno chiarito le carte in tavola. Ora i Socialdemocratici quale prima forza parlamentare e partito del Cancelliere possono godersi il diritto di proposta che la riconosciuta consuetudine assegna loro, mentre i Liberali (già da tempi non sospetti sostenitori di Steinmeier) hanno ottenuto tali e tanti successi nelle trattive per la formazione del governo (primo su tutti il Ministero delle Finanze) da poter avanzare pretese sulla Presidenza federale. Di fronte a due partner di governo che per tempo, con convinzione e solidi argomenti si sono pubblicamente posizionati per una rielezione di Steinmeier, ai Verdi non rimaneva altra scelta che accodarsi ed annunciare a propria volta il sostegno ad un bis dell’uscente, come hanno effettivamente fatto il 4 gennaio scorso. Il sogno di taluni fra i Verdi di esprimere una propria candidata (e qui la forma femminile non è casuale) ha dovuto retrocedere di fronte alla necessità di non creare grane in una coalizione di governo in carica da appena un mese nonché all’apprezzamento ed alla statura istituzionale del Presidente in carica, di fronte alle quali un rifiuto sarebbe equivalso ad uno smacco… più per i Verdi che per l’istituzione presidenziale.

Di fronte alla decisione della maggioranza parlamentare, che è anche maggioranza nel consesso allargato (l’Assemblea federale) che elegge il Bundespräsident, per CDU e CSU la scelta era se esprimere una candidatura di bandiera, destinata all’insuccesso, o accodarsi. La scelta dei due partiti democristiani è stata, per i motivi già illustrati, comprensibilmente la seconda, e da parte dei vertici conservatori si sono spese abbondanti parole d’elogio per Steinmeier. Così si è venuto a ricreare un consenso larghissimo fra le forze politiche, analogo a quello che portò alla sua prima elezione cinque anni fa. Che qualcuno fra i partiti minori presenti nell’assemblea elettrice aggiunga da qui al 13 febbraio le proprie forze a questo arco costituzionale non è da escludersi. Anche il Presidente del Bundesrat e Primo ministro di Turingia Bodo Ramelow, esponente più alto in grado istituzionale della Linke (Sinistra), si è espresso a favore di un Steinmeier-bis nonostante il suo partito abbia, come da tradizione, preferito esprimere un candidato di bandiera: Gerhard Trabert, un medico noto per il suo impegno per i senzatetto. Da considerarsi a tale proposito c’è un’altra notevolissima differenza fra l’elezione del Presidente federale tedesco e quella del Presidente della Repubblica italiana, la quale poggia anch’essa su consuetudini politico-costituzionali. Mentre i cosiddetti “grandi elettori” d’Italia si prendono spesso nel segreto dell’urna la libertà di votare differentemente dalle indicazioni date loro, affossando candidature e leaderships di partito e dando vita a vere e proprie saghe della politica nostrana (vedasi tutta la prima parte de Il Divo di Paolo Sorrentino), i “grandi elettori” tedeschi sono assolutamente disciplinati. Non che glielo ordini nessuno, giacché i dettati di costituzionali di entrambi i Paesi garantiscono ai votanti un’analoga libertà e segretezza nel voto, ma quelle misteriosità ed imprevedibilità da conclave laico cui si accennava all’inizio per l’elezione quirinalizia non si sono affermate come proprie nel sistema tedesco, che preferisce e dunque premia e produce quella se vogliamo noiosa affidabilità fatta di accordi fra partiti e di un’ampia disciplina interna.

Il Presidente Steinmeier in dialogo nel 2019 con un sopravvissuto all’eccidio di Fivizzano in Toscana, compiuto nel 1944 dalle SS e da forze dell’allora Repubblica di Salò. (foto: Deutsche Welle)

Steinmeier: profilo di un’eminenza rossa

Rimane solamente in conclusione da spendere due parole su chi sia questo Frank-Walter Steinmeier che con tutta probabilità avrà l’onore e l’onere di rappresentare per altri cinque anni la Repubblica federale in patria ed all’estero. Precisiamo qui che l’appena usata espressione di “eminenza rossa” è un’analogia solo in parte voluta con il titolo coniato per il Cardinale Richelieu (1585-1642), celebre Primo ministro di Luigi XIII di Francia. Rosso è nel caso di Steinmeier non l’abito cardinalizio, ma semmai l’assai più prosaico colore politico tradizionale della sua SPD. Certo è però che per Steinmeier calza decisamente a pennello il profilo di politico “potente e fautore dell’azione nascosta, velata, protetta dal clamore e sottratta al dominio pubblico” (così definisce Silverio Novelli per la Treccani il concetto di “eminenza”).

Frank-Walter Steinmeier, nato nel 1956 a Detmold nella regione del Lippe nel Land Nordreno-Vestfalia, entrò negli anni dello studio di giurisprudenza nella SPD, nella quale è poi sempre rimasto. Di grande influsso accanto alla formazione giuridica ed alla militanza socialdemocratica è la sua appartenenza alla Chiesa riformata (calvinista), che nel Lippe è dominante fin dal principio del XVII secolo. Dopo il lavoro di assistente universitario il giurista Steinmeier passò nel 1991 alla Cancelleria del Land Bassa Sassonia, dove il governo era presieduto da un certo Gerhard Schröder, di cui da allora divenne con diversi incarichi uno strettissimo collaboratore. Durante tutto il settennato di governo federale di Schröder (1998-2005) ebbe la delega ai servizi di sicurezza e fu lungamente (dal 1999 in poi) anche a capo della Cancelleria federale. Nel primo e poi nuovamente nel terzo governo Merkel Steinmeier fu Ministro degli Esteri (2005-2009 e poi dal 2013 fino all’elezione a Presidente ad inizio 2017), nel quale si distinse sul parquet internazionale in particolare per un ruolo diplomatico più attivo della Germania, culminato negli accordi di Vienna con l’Iran sull’energia nucleare: questi furono negoziati fra il Paese persiano e un gruppo di potenze internazionali chiamato vistosamente 5+1, ovvero i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU più la Germania.

Eletto nel 2017 alla Presidenza federale, il suo atto più eclatante è stato senz’altro l’aver riportato il proprio partito al tavolo delle trattative con la CDU/CSU dopo che i falliti negoziati della “coalizione Jamaica” fra Democristiani, Liberali e Verdi. Ma è durante tutto il quinquennio presidenziale che Steinmeier si è distinto per il suo tratto mite, i numerosi discorsi volti a sanare le linee di divisioni più evidenti nella società (da ultimo in occasione della pandemia), il riconoscimento internazionale anche maturato grazie alle precedenti esperienze di governo e non l’aver mai oltrepassato i limiti dell’incarico neutrale e super partes di Presidente, creando e cementando fiducia anziché consumandola.

Sulla base di tutto ciò la solitaria scommessa di Steinmeier del maggio scorso si è allargata nella portata sempre più, come la palla di neve che diventa valanga, fino a ricomprendere tutto l’arco costituzionale di Germania. Buona rielezione dunque, Herr Bundespräsident!

Edoardo D’Alfonso Masarié

@furstbischof

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