Armin, Markus e la Cancelleria

Il duello fra Armin Laschet e Markus Söder per la candidatura alla Cancelleria si fa sempre più teso, ora che siamo davvero vicini al momento della decisione ufficiale

Dopo infinite polemiche e un cantiere durato invece ragionevolissimi quattro anni, nell’estate del 2019 ha aperto i battenti nel pieno centro medievale di Ratisbona (Regensburg) un edificio che, almeno nell’aspetto esterno, ha poco a che fare con quanto lo circonda.

In esso ha sede il Museo storico della Baviera. L’esposizione permanente copre il lasso di tempo dall’anno 1800 ad oggi, punta molto sull’interattività e sulla capacità di attrarre visitatori non habitué degli ambienti museali e riserva al curioso diverse sorprese. Tra queste, un’animazione di un dibattito al Parlamento bavarese del 1871, quando ad essere discussa fu la ratifica del trattato che sanciva l’unione dell’allora Regno indipendente al nascente Reich a guida prussiana. Esauritasi sul campo (di battaglia) ogni possibilità per la Baviera si sottrarsi al giogo bismarckiano, il governo di Monaco cercò almeno di salvare un’apparenza di autonomia – ed il dibattito dei parlamentari di centocinquant’anni fa diede voce con incredibile franchezza a questa reciproca diffidenza: bavaresi che dovettero sottomettersi a Berlino senza volerlo davvero, Berlino che concesse margini di autonomia politica alla Baviera per rendere meno amara la pillola di un’annessione di fatto, ma in realtà conservò per sé tutte le scelte che contavano.

Il Museo di storia bavarese inaugurato nell’estate 2019 a Ratisbona/Regensburg. (Foto: Bayerischer Rundfunk)

Centocinquant’anni dopo, in una non radiosa domenica d’aprile, i nodi del passato tornano ad inceppare il pettine dell’Union cristiano-democratica – un partito che in realtà sono due (CSU in Baviera, CDU nel resto della Germania) e che non ha ancora deciso quale candidato lanciare nella campagna elettorale per la successione ad Angela Merkel. Ad alzare la mano e segnalare la volontà di candidarsi sono stati contemporaneamente Armin Laschet, Primo ministro del Nordreno-Vestfalia e leader della CDU, e Markus Söder, Primo ministro della Baviera e leader della CSU. Con ciò sancendo quanto da mesi sapevano tutti, ma nessuno aveva avuto il coraggio di dire.

Armin Laschet (sx) e Markus Söder (dx). (Foto: Schwäbische Zeitung)

L’evidenza dei fatti politici – perché un singolo sondaggio non è un fatto, ma oltre un anno di politica dalla crisi politica in Turingia (febbraio 2020) e sotto il segno costante della pandemia sì – consiglierebbe ad una Union ormai in caduta libera di consensi e credibilità di affidarsi alla figura che promette più forza e successo. E dalle dimissioni dell’allora leader della CDU e “delfina” di Merkel, Annegret Kramp-Karrenbauer, l’unica “stella” sorta in modo inequivoco nei consensi e nella capacità di raccoglierli a favore del campo democristiano è quella di Markus Söder.

Il leader dei bavaresi certo non è una new entry della politica ed ha alle spalle diversi cambiamenti di posizione, ma all’elettorato ha da offrire una prospettiva chiara, dettata – se vogliamo – dalla necessità. La CSU ha imparato a sue spese il fatto che l’elettorato tedesco si stia evolvendo, che la quota di elettori democristiani sprofonda negli abissi via via che gli elettori sono più giovani e che nel medio periodo le formazioni democristiane rischiano di diventare anche in Germania attori di grandezza media, perdendo il loro attuale primato. Il sorpasso dei Verdi sulla CDU è già avvenuto – a marzo 2021 per la seconda volta – in Baden-Württemberg, in Baviera i flussi di voto dalla CSU ai Verdi sono immensi (e neanche lontanamente paragonabili con quelli in direzione opposta, verso la destra etno-nazionalista di AfD) e l’unica possibilità per le forze democristiane di rimanere protagoniste del sistema politico risiede in un approccio che sappia contendere ai veri competitori di questo tempo – i Verdi appunto – i voti decisivi. Gli ultimi tre anni di politica bavarese, da quando Markus Söder ha ereditato da Horst Seehofer a Monaco la guida prima del governo e poi del partito, sono la dimostrazione vivente che la CSU ha capito questa lezione. Il pressoché quotidiano asse politico di Söder con il Primo ministro verde del Baden-Württemberg, Winfried Kretschmann, e diverse prese di posizione pubbliche, tra cui la lunghissima intervista comune con il co-leader dei Verdi, Robert Habeck, sono segnali chiari di quello che Söder avrebbe in mente: un governo insieme ai Verdi, per tenere quest’ultimi in posizione subalterna, farne propri diversi temi e mantenere così a medio-lungo termine la posizione di protagonismo assoluto nella politica tedesca cui l’Union di CDU e CSU si è ormai abituata.

Per quanto Söder abbia non solo i sondaggi dalla sua, ma anche un piano abbastanza preciso, è tuttavia un difetto fondamentale a condannarlo: è bavarese. E così arriviamo ad Armin Laschet, doppiamente collega di Söder come leader della CDU e capo del governo d’un Land. A gennaio scorso questi ce l’ha fatta a diventare Presidente della CDU, più grazie alla capacità di costruzione del consenso fra i funzionari del suo partito che non alla prospettiva di un reale, ampio sostegno nell’elettorato. Ma è poi questo esattamente il punto: Siccome l’Union non è un partito, ma due, ed il primo ministro bavarese appartiene al più piccolo dei due, egli potrà essere forte e promettente quanto vuole, ma se la CDU non rinuncia e gli cede il passo, egli non ha alcuna chances. E la CDU pur di non ripiombare in un’ulteriore crisi interna – conclusa appena a gennaio con l’elezione di Laschet – preferisce correre con il candidato visibilmente più debole, contando che comunque in un modo o nell’altro tutto andrà per il meglio, che mettere in dubbio se stessa e la propria pax fra le correnti. Non a caso l’argomento più citato a favore di Laschet è che questi sappia “integrare” e “moderare” pacificamente correnti in scontro reciproco. Certamente una capacità necessaria per guidare un partito od un governo, ma non propriamente la definizione di una linea politica precisa e della capacità di porre accenti propri.

Alla fine, ad oggi, tutto pare propendere a favore di Armin Laschet. L’accordo fra correnti e grand commis della CDU sotto l’egida del politico di Aquisgrana pare essere troppo solido per poter correre il rischio di mandare tutto all’aria e prendere un “esterno”, foss’anche con le migliori intenzioni. Con questo si spiega anche la reazione, solo all’apparenza scomposta, di Markus Söder e della “sua” CSU: se la CDU, partito più grande e “prussiano”, pretende di gestire da sola una questione così importante come quella della candidatura per la Cancelleria cercando di mettere i cugini bavaresi di fronte al fatto compiuto, diventa una questione d’onore – e di principio – avanzare un’obiezione ed avanzare una candidatura propria. Se dunque la CDU rimane della propria posizione – e lo farà, per Söder e la CSU non c’è alcuna chances, se non quella di ritagliarsi un profilo utile nel caso – non impossibile – di sconfitta. Alimentare il mito del “fuoriclasse scartato”, ingigantendo il più possibile l’eco mediatica di questo rifiuto, può tornare comodo in un secondo momento, nell’attesa del quale Söder e la CSU possono governare la Baviera come sempre hanno fatto, senza perdere nulla. Perché alla fine quello che molti, al di fuori della CDU, pensano, è che correre col candidato più debole sia un clamoroso autogol e che il rischio sia quello di perdere addirittura la Cancelleria a favore dei Verdi. Se così fosse, accettiamo scommesse sul fatto che non sarebbe questione che di pochi minuti perché da Monaco si alzasse una voce e dicesse che beh, Armin è stato bravo, tuttavia forse qualcun altro avrebbe fatto meglio, se solo il punto non fosse stato di mettersi d’accordo fra prussiani pur di non avere un bavarese.

Edoardo D’Alfonso Masarié

@furstbischof

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