Pax tibi Markus, cancellarius meus

Ad inizio d’anno la parabola di Markus Söder, leader della CSU e Primo ministro di Baviera, sembrava definita per sempre: amministratore popolare a casa, vassallo della più grande CDU a Berlino. Poi qualcosa s’è mosso…

Primo atto: Quando Corona ancora non c’era.

Che il 2020 non fosse un anno fortunato a casa CDU, il più grande partito tedesco, lo devono aver capito rapidamente.

La crisi di governo in Turingia, i cui veri protagonisti sarebbero in realtà i liberali di FDP e la destra nazionalista di AfD, travolge ben presto non solo il popolare segretario regionale CDU Mike Mohring, accusato di intelligenza con il nemico-AfD, ma soprattutto costringe eclatantemente alle dimissioni niente meno che la leader nazionale Annegret Kramp-Karrenbauer, piazzata neanche due anni prima da Angela Merkel quale numero due del partito e protagonista di un lento, silenzioso ma plateale passaggio di consegne da parte dell’attuale Cancelliera. Lo scenario immaginato dai grandi della CDU – una candidatura AKK per la Cancelleria nel 2021, tuttalpiù mitigato da un previo duello interno con il sempiterno ultraliberale Friedrich Merz – si scioglie dopo ripetute figuracce di fronte alla gravità della crisi turingiana come proverbiale neve al sole. A peggiorare la situazione ci si mettono pure le elezioni ad Amburgo il 23 febbraio, dove la CDU si ferma ad un imbarazzante 11% ed i liberali non raggiungono neppure la soglia del 5%.

Il poco più che annuale mandato di Kramp-Karrenbauer alla guida CDU (dicembre 2018-febbraio 2020) sicuramente non sarà ricordato nei grandi manuali di storia, ma era riuscito a riportare la pace fra il partitone democristiano e la più piccola CSU, costola indipendente in terra di Baviera. La pressoché contemporanea elezione di AKK e Markus Söder alla guida dei due partiti democristiani ha saputo chiudere la eterna (e stancante) contrapposizione fra i “grandi vecchi” Angela Merkel ed Horst Seehofer: da un lato la CSU abbandonava con Söder finalmente la tentazione di rincorrere la AfD su terreno populista, dall’altro con AKK la CDU sembrava confermare la scelta di campo moderata anche per il post-Merkel.

Con AKK alla Cancelleria e Söder pater patriae nell’amata Baviera l’unico pericolo interno sarebbe stato rappresentato da Friedrich Merz, espressione delle forze più conservatrici e ultraliberali, desiderose di archiviare la politica moderata ed europeista di Angela Merkel. Se Merz, popolare fra soprattutto fra le giovani leve della CDU, fosse riuscito a scalzare Kramp-Karrenbauer ad inizio d’anno, la successione di Merkel sarebbe stata preparata in modo totalmente diverso e a Söder non sarebbero rimaste che le anguste mura domestiche per concretizzare la sua svolta centrista ed ecologica. Poco più che una scelta fra l’irrilevanza o l’abiura. La svolta della Turingia sembra far precipitare a metà febbraio la situazione, con Merz che approfitta del vuoto lasciato da AKK per farsi avanti esplicitamente e tutti i suoi avversari interni nella CDU costretti a coalizzarsi intorno al Primo ministro del Nordreno-Vestfalia, Armin Laschet.

Secondo atto: Corona cambia quasi tutto.

A inizio marzo Friedrich Merz preparava dunque già il terreno, con numerosi incontri con la base di CDU e CSU (cui lui arrivava con l’aereo privato da lui stesso pilotato) nonché interviste a ripetizione su una stampa tutto sommato benevola verso di lui e forse desiderosa della storia nuova da raccontare dopo l’eterno pontificato laico di Angela Merkel. Poi però, quando tornano diversi tedeschi dalle settimane bianche nel Tirolo austriaco, scoppia la crisi pandemica causata dal Coronavirus. Nel giro di pochi giorni l’attenzione di ogni tedesco si concentra sulle misure necessarie per rallentare il contagio e i governanti federali e dei Länder, competenti per adottare blocchi e decisioni, diventano protagonisti della scena di fronte ad una cittadinanza preoccupata. L’austero discorso a reti unificate di Angela Merkel del 18 marzo segna la gravità del momento e rende chiaro a tutti che da ora in avanti e per lungo tempo la ricreazione della politica è finita.

Merz, il cui ultimo incarico pubblico risale al remoto 2002, sparisce non solo per questo dalla scena, ma anche per aver contratto lui stesso il virus. Fra i Primi ministri dei Länder (i Ministerpräsidenten) si fanno presto strada due linee: da un lato quella dura – per restrizioni più decise e meno compromessi quando si tratta di salute dei cittadini – incarnata dai Länder del Sud, confinanti con le assai più piagate Austria e Francia; dall’altro quella morbida al Nord – mirante a restrizioni meno dure e maggiori compromessi per non alterare la quotidianità sociale ed economica. E così Markus Söder fa presto ad emergere come campione della linea durissima, quella che di bar e negozi aperti a marzo inoltrato o subito dopo Pasqua non vuol neanche sentir parlare, forte dei numeri più gravi dei contagi nella Germania meridionale rispetto al nord ma soprattutto spinto da una visione di Stato (anche sociale) forte, che anziché lasciare ai singoli la scelta su decisioni di impatto collettivo agisce con tutta la forza della legge e delle casse pubbliche. A fargli da contraltare non tarda a farsi notare quell’Armin Laschet che sarebbe dovuto essere il successore in pectore per la Cancelleria ed ora propone il suo Nordreno-Vestfalia come una specie di Svezia tedesca, dove l’IKEA riapre già il 20 aprile e a parte qualche appello alla buona volontà da maggio parte il “todos caballeros!”. Mentre però Söder, forte anche del fatto che per la linea dura si esprima chiaramente anche la Cancelliera Merkel, non tarda a profilarsi quale politico che ha capito la gravità del momento ed agisce di conseguenza, Laschet con la sua linea morbidissima viene presto smentito dal continuo sorgere di nuovi focolai nel suo Land, mentre lui stesso in televisione dà la colpa ai virologi, colpevoli a suo dire di cambiare idea ogni settimana sul trattamento di un virus sconosciuto fino a sei mesi fa.

Su chi esca rafforzato e chi ridimensionato dalla gestione della pandemia i tedeschi sembrano avere le idee chiarissime: secondo tutti i sondaggi Söder stacca abbondantemente nei consensi sia Merz sia Laschet, con quest’ultimo relegato a fanalino di coda, mentre anche gli elettori dei Verdi guardano per il 2021 con favore all’ipotesi di un governo nero-verde.

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Markus Söder mentre entra nel Parlamento bavarese con la sua ormai iconica maschera-bandiera. (Foto: Berliner Zeitung)

Terzo atto: L’anno elettorale.

Interrogato sul suo futuro politico, Söder risponde invariabilmente da mesi: “Il mio posto è in Baviera”. Che, ovviamente, è tutto meno che una smentita ad ambizioni ulteriori. Se però questa frase sei mesi fa era una banalità, ora – con il Primo ministro bavarese che pressoché in solitaria esce rafforzato e popolare dalla gestione della pandemia – è legittimo interrogarsi su quanto in realtà si celi dietro il sibillino responso. Certo Söder sa che i precedenti storici non solo dalla sua parte: la Germania non ha mai avuto nella sua storia un Cancelliere proveniente dalla Baviera. I due esponenti della CSU che riuscirono con successo a superare lo scoglio della candidatura – Franz Josef Strauß nel 1980 ed Edmund Stoiber nel 2002 – furono entrambi fermati da risultati elettorali sotto le aspettative. E anche alle europee del 2019 Manfred Weber, candidato comune di CDU e CSU, fece il pieno di voti solo nella patria Baviera ma non nel resto del Paese. Il colpaccio potrebbe però riuscire a Söder grazie alla determinante impopolarità di ogni figura che la CDU ha da offrire (Merkel esclusa, che però lascia la scena), mentre l’agire deciso e rassicurante del politico di Norimberga potrebbe garantire ai partiti democristiani CDU e CSU quel consenso tale da poter negoziare dopo le elezioni del 2021 da una posizione di forza. Preferibilmente con i Verdi, ma vedremo.

Sicuramente Söder sa della sua forza, sa anche però che l’anno elettorale è ancora lungo e che non di rado chi entra papa in conclave ne esce vestito ancora di rosso e non di bianco. Senza concessioni a tanti possibili alleati la strada per il leader di un partito che a livello nazionale pesa il 7% è ancora tutta in salita. Dopo un’Angela Merkel percepita da tanti nel suo stesso partito come un corpo estraneo, un estraneo vero alla guida di fatto della CDU sarebbe sicuramente una scelta impegnativa per il partito, da prendersi solo in mancanza di qualsivoglia presentabile alternativa. Il fatto che, per la prima volta da decenni, la CSU abbia rinunciato al suo veto sulla riforma parziale del sistema elettorale può certo essere interpretato come segnale preconizzatore di tempi gravidi di compromessi per chi si assume in prima persona la responsabilità di un governo di ampia coalizione, ma i giochi sono ancora aperti. Ciò che serve a Söder, se davvero vuol diventare Cancelliere, è in ogni caso un leader della CDU che non gli faccia ombra, ma abbia abbastanza presa sul proprio partito per non trasformare la campagna elettorale 2021 in un fiasco o, peggio, in un caso da manuale sul fuoco amico. E a questo scopo sicuramente non si presterebbero né Friedrich Merz né Armin Laschet.

Alla pausa estiva seguirà chiarezza: a fine anno la CDU dovrà eleggere il suo nuovo leader, mentre una seconda ondata della pandemia o semplicemente l’aggravarsi del quadro economico potrebbero alterare ulteriormente priorità e consensi dell’olimpo politico. Dalla sua Markus Söder ha uno stile di governo forte, un consenso inaspettatamente ampio al di fuori della Baviera e della CSU e la debolezza di tutti i potenziali concorrenti, doti che potrebbero fare del politico di Norimberga un pacificatore di un quadro politico intricato, nonché un traghettatore da cui transitare per uscire dalla lunghissima era di Angela Merkel. E, si sa, i papi eletti per essere “di transizione” sono spesso quelli che poi sorprendono di più.

Edoardo D’Alfonso Masarié

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